ROSA CANDIDA, di Auður Ava Ólafsdóttir (Einaudi)

L’ingresso in questo romanzo ha qualcosa di disarmante: una storia minuta, costruita su un ragazzo inesperto, un viaggio senza clamori e un giardino da coltivare. Ho avvertito subito la leggerezza della scrittura di Ólafsdóttir, che sceglie la via della sottrazione, affidandosi ai gesti più che alle spiegazioni.
Il protagonista, Lobbi, resta una figura silenziosa, ingenua, persino opaca. In altri casi un simile registro rischierebbe di impoverire il racconto; qui invece funziona perché apre uno spazio vuoto che il lettore è chiamato a riempire. Mi sono accorta di leggere non tanto per scoprire cosa accadrà, ma per seguire come accade: lo sguardo semplice, il modo in cui Lobbi impara a riconoscere la responsabilità non come imposizione, ma come forma di cura.
La simbologia vegetale attraversa ogni pagina. A tratti può sembrare insistita, come se il giardino fosse un artificio prevedibile. Eppure, in alcuni momenti, questa metafora diventa sorprendentemente concreta: le rose come organismo fragile da accudire, la crescita delle piante che scandisce il tempo del romanzo, la cura quotidiana che si riflette nella cura verso una figlia appena nata. È in queste corrispondenze che ho trovato la parte più riuscita del romanzo.
La prosa resta misurata, nitida, quasi cristallina. Non cerca mai il pathos, non spinge sull’emozione. All’inizio questo stile mi è sembrato troppo controllato, ma poi ho capito che la sua forza sta proprio nell’evitare ogni eccesso: la perdita, la nascita, l’amore, tutto è raccontato con lo stesso tono uniforme, che diventa inaspettatamente poetico.
Rosa candida non è un romanzo che sorprende per invenzioni narrative o colpi di scena. Richiede ascolto e una certa disponibilità a rallentare. L’ho letto con la sensazione di trovarmi in uno spazio protetto, dove le emozioni arrivano in sordina, quasi a posteriori. Forse non tutti troveranno in questa misura la densità che cercano, ma io ci ho riconosciuto un modo diverso di raccontare la vita: discreto, tenero, capace di far emergere la bellezza dai dettagli più semplici.
Recensione di Karin Zaghi


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