QUELLO CHE POSSIAMO SAPERE Ian McEWan

QUELLO CHE POSSIAMO SAPERE, di Ian McEWan (Einaudi – novembre 2025)

C’è un momento nell’ultimo romanzo di McEwan che mi ha profondamente toccato. Occupa una paginetta appena, collocata all’incirca a un terzo del libro.

Il narratore è Thomas Metcalfe, uno studioso di letteratura che nel 2119 sta compiendo una ricerca su un testo che risale al secolo precedente. È una poesia ammantata di un’aura di mistero, una “Corona”: un lungo componimento dallo stile raffinato – quindici sonetti legati fra di loro, l’ultima riga di ciascuno è la prima del seguente; il quindicesimo è l’insieme delle righe ripetute che costituiscono un sonetto di senso compiuto – che un famoso poeta aveva declamato durante la cena di festeggiamento per il compleanno di sua moglie.

Le poche, fortunate persone presenti alla cena sono le uniche ad avere avuto un contatto ravvicinato con la Corona, andata perduta subito dopo quella che sarebbe passata alla storia come “Secondo convivio immortale” (in riferimento al Primo Convivio, avuto luogo due secoli prima alla presenza di poeti come Keats e Wordsworth).

Ebbene, questo studioso del futuro si mette sulle tracce della Corona cercando indizi nelle vite dei partecipanti alla cena. Affronta viaggi e spostamenti, frequenta biblioteche, consulta volumi, carte, tabulati telefonici, mail, diari. Prova un sentimento di sincera ammirazione per il tempo (il nostro tempo) oggetto delle sue ricerche.

«Questo anelito per qualcosa che non si è conosciuto e che è andato perso meriterebbe una parola tutta sua, perché va al di là della nostalgia» , scrive ad un certo punto, «è la smania per qualcosa che un tempo era noto. Non proprio un tormento, ma nemmeno una risorsa. Quel misto di piacere e pena è emotivamente devastante, impedisce la concentrazione. Si dà il caso che ne conosca una delle descrizioni più squisitamente riuscite. La lessi molti anni fa da studente universitario e non l’ho mai dimenticata».

Nella paginetta in cui il narratore entra nel dettaglio di questa immagine che lo aveva tanto colpito in gioventù, ritroviamo Thomas studente, dottorando alle prese con un testo per una ricerca sull’arte della biografia.

Nel testo si racconta di un viaggio nella Francia meridionale che il biografo Holmes aveva compiuto da giovane, sulle orme di un itinerario che l’amato Robert Louis Stevenson aveva compiuto circa cento anni prima. Il percorso di Holmes è talmente accurato e studiato nei dettagli, da rendergli possibile fermarsi negli stessi posti in cui si era fermato il suo idolo, percorrere gli stessi sentieri, visitare gli stessi luoghi. Giunto infine nei pressi di un villaggio, esausto dopo una lunga camminata sotto una forte pioggia, Holmes diviene preda «di un’ossessione che non se ne voleva andare, un misto di allucinazione e di speranza: Stevenson sarebbe arrivato di lì a poco».

Raggiunto in tutta fretta il ponte che conduce al villaggio, convinto di veder apparire Stevenson da un momento all’altro e smanioso di poter finalmente accogliere il suo idolo, a un tratto Holmes deve fare i conti con l’amara realtà: davanti ai suoi occhi, poche decine di metri più giù a valle, ecco che nel buio si possono intravedere i contorni del vecchio ponte che Stevenson con tutta probabilità doveva avere attraversato molti anni prima. Holmes aveva sbagliato ponte.

«Non c’era modo di seguirlo, né modo di incontrarlo. Il suo ponte era crollato. Al di là della mia portata nel tempo, e quel rudere ne era il triste e chiaro segno».

Allo stesso modo Thomas sente di essere su quel ponte, in attesa del passato che si ostina a ricostruire e che spera di veder sbucare da un momento all’altro. Un tempo (il nostro tempo) che gli appare «integro e prezioso, il tempo in cui molti problemi dell’umanità potevano ancora essere risolti. Quando troppo pochi comprendevano la sublime bellezza dei loro mondi, naturali e costruiti dall’uomo».

Nello spazio di una pagina McEwan traccia un arco, una trentina di righe appena che abbracciano tre secoli. Una condivisione di orizzonti, emozioni e sensibilità artistiche; un ponte attraversato da milioni di passi nel corso del tempo, un ponte che simboleggia il nostro modi di entrare in connessione con chi ci ha preceduto, con gli autori del passato.

E noi lì su quel ponte, ad attendere il loro passaggio. Quanta attesa, quante vane speranze. Forse non vedremo arrivare nessuno, o forse abbiamo semplicemente sbagliato ponte. Ma quale meravigliosa sensazione mentre attendiamo.

«Che solitudine. Che bella compagnia».

Ian McEwan

“Quello che possiamo sapere”

Traduzione di Susanna Basso

Einaudi.

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