PICCOLI EQUIVOCI SENZA IMPORTANZA Antonio Tabucchi

PICCOLI EQUIVOCI SENZA IMPORTANZA, di Antonio Tabucchi (Feltrinelli)

Non è raro che la fama di uno scrittore rimanga legata ad una sola opera, mentre il resto della sua produzione – per quanto valido – resti in ombra. È quanto è accaduto ad Antonio Tabucchi (scrittore ai mio parere non sempre valorizzato e troppo presto dimenticato): il suo nome è legato allo straordinario “Sostiene Pereira” di cui si continua a parlare, grazie anche alla riuscitissima trasposizione cinematografica con Mastroianni, mentre pochi si soffermano sugli scritti brevi come quelli contenuti in ‘Piccoli equivoci senza importanza”, una raccolta di dieci novelle che hanno in comune un’atmosfera inquietante di dubbio e incertezza, dove nulla è come sembra ed ogni ipotesi del lettore appare plausibile. Gli equivoci, come afferma l’autore stesso nella premessa, sono “malintesi, incertezze…ricordi forse ingannevoli” che si elevano a metafora del mondo.

Ad esempio nella prima novella (che dà il titolo al libro) la voce narrante, Tonino, descrive le fasi preliminari di un processo in cui si trovano contrapposti Ferdinando, il giudice, e Leo, l’imputato, entrambi un tempo amici inseparabili dello stesso Tonino e innamorati di Maddalena, che appare sullo sfondo della vicenda. Sono stati loro a coniare l’espressione ‘piccoli equivoci senza importanza’ per indicare scelte di vita apparentemente casuali. Non è detto quale sia il reato commesso da Leo, né è importante saperlo quanto piuttosto seguire i pensieri del narratore che oscillano tra il ‘se avessi…’ e il ‘come sarebbe andata?’.

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Altrettanto sospesa l’atmosfera de “Gli incanti”, in cui un piccolo narratore descrive le trame della cugina Clelia per danneggiare il patrigno e gli strani incidenti che occorrono ad una domestica ed al gatto di casa. Straordinaria anche la struttura di “Anywhere out of the world” (citazione da Baudelaire): il protagonista arriva a Lisbona per sfuggire a qualcosa di imprecisato e, sfogliando un giornale, vi trova appunto quella frase che, insieme alla donna amata, aveva scelto come codice per ritrovarsi. Prova a chiamare, ma chi riceve la telefonata non parla. La donna è morta? Il protagonista ha sbagliato a cercare nella fuga la soluzione al suo problema?

Decisamente più comprensibile “I treni che vanno a Madras”: un incontro casuale sul treno tra il narratore e un distinto passeggero che si presenta come Peter Schlemihl lascia intuire che costui è alla ricerca della propria ombra proprio come il personaggio di Chamisso, ma soprattutto della vendetta su chi molti anni prima ha tentato di togliergli la dignità usando come esempio la celebre statua della “Danza di Shiva”.

Per chi crede (o si illude) che la vita e i suoi accadimenti seguano un andamento lineare e comprensibile una lettura necessaria e perturbante.

Recensione di Miranda Valsi

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