ONORI, di Rachel Cusk (Einaudi)

Con Onori Rachel Cusk chiude la trilogia aperta da Resoconto e Transiti. È un libro che non procede per trama, ma per voci. Faye, la narratrice silenziosa, quasi sempre in disparte, ascolta: colleghi, scrittori, traduttori, estranei incontrati in un aeroporto o in un convegno. Dalle loro parole affiorano confessioni minute, pezzi di biografia, dolori domestici. Sono episodi che non hanno un seguito, ma che restano, come schegge di verità.
Quello che sorprende è la radicalità della forma: qui il romanzo rinuncia all’intreccio e si affida a una serie di narrazioni indirette. Faye quasi non esiste, se non come orecchio e come sguardo. È una figura di passaggio, e proprio questa marginalità diventa la sua forza. Si ha l’impressione che Cusk abbia voluto ribaltare la gerarchia del racconto: non l’io che parla, ma gli altri che, parlando, svelano il suo profilo.
Letti uno dopo l’altro, i tre volumi compongono un arco coerente. In Resoconto c’era lo smarrimento del dopo-divorzio, l’impressione di una vita scollata, colta attraverso i racconti di sconosciuti. Transiti introduceva un fragile movimento: il trasloco, la casa da ristrutturare, le vite degli artigiani che la attraversano. In Onori la prospettiva si allarga, Faye viaggia, prende parte a eventi pubblici, e la voce degli altri si moltiplica fino a formare una specie di coro. Da un’intimità frantumata si passa a un ascolto più ampio, come se il privato trovasse un’eco universale.
Il titolo, Onori, resta ironico: qui non c’è celebrazione, ma piuttosto la resa all’idea che vivere significhi fallire, e che il vero compito dello scrittore sia quello di dare forma a questo fallimento senza sconti. Eppure, nell’austerità dello stile e nella sequenza di incontri casuali, io ho percepito una forma di consolazione: la possibilità che il senso non stia nel protagonismo, ma nel raccogliere le tracce degli altri.
Chiudendo la trilogia, mi sono accorta di averla vissuta come un lungo esercizio di spoliazione. All’inizio ero disorientata: la mancanza di una trama mi appariva come un vuoto. Poi ho iniziato a leggere diversamente, ad affidarmi alle voci che scorrevano. In questo terzo volume ho provato quasi gratitudine: non per una storia compiuta, ma per il modo in cui Cusk mostra che l’io non basta, che esiste un senso anche nell’essere in ombra.
Recensione di Karin Zaghi


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