OMAGGIO A Joan Didion: ci piace ricordarla con la recensione DA DOVE VENGO. Un’autobiografia  

OMAGGIO A Joan Didion: ci piace ricordarla con la recensione DA DOVE VENGO. Un’autobiografia

 

DA DOVE VENGO. Un’autobiografia, di di Joan Didion (Il Saggiatore)

Esistono i ricordi nostri e quelli dei nostri antenati. Lo spazio si veste delle parole di chi lo ha vissuto e ci racconta le nostre origini. Gli attraversamenti, gli spostamenti, le migrazioni formano il nostro avvenire. Ma mentre vaghiamo per la nostra vita, non lo sappiamo.

.           Poco prima di Natale, è venuta a mancare una grande voce della narrativa e del giornalismo americani: Joan Didion. Nata a Sacramento nel 1934 è stata tra i maggiori scrittori americani contemporanei. Fra le migliori esponenti del New Journalism. Quel nuovo modo di riportare la storia e la cronaca usando la narrazione. “Da dove vengo” è proprio questo: una storia dell’America, in particolare della California, che mescola il racconto dei protagonisti ai grandi eventi che hanno attraversato la wilderness, modificando la natura, edificando ranch, bonificando il terreno, creando ricchezza e costruendo i grandi insediamenti urbani.

 

 

Joan Didion è stata un’osservatrice distaccata della politica americana, riuscendo così a vedere la storia del suo paese da un’altra angolatura, rimarcando alcuni aspetti in genere poco considerati. Fare narrazione giornalistica intimistica, significa scrivere un memoir  – il termine inglese è forse più incisivo del termine italiano, usato nel sottotitolo, ‘autobiografia’ – e sta a indicare la necessità di scavare nel passato di avoli e trisavoli per far luce sul presente. Sulla propria vita, ma anche sulla vita del proprio paese.

“Da dove vengo” non è un’autobiografia nel senso classico, ma lo è in senso lato perché riesce a rispondere al grande interrogativo posto nel titolo. Indaga la storia e la mappa dell’immaginario collettivo sfatando alcuni miti californiani, come quelli fomentati da Jack London. Ma nonostante Joan Didion evochi i fatti meno nobili, come la necessità di sopravvivere nella grande traversata, senza rimorsi nell’abbandonare figli, madri e cadaveri di familiari deceduti per tifo o altre cause, rimane in lei una nota di grande elegia per una California che non c’è più, nel tentativo vano di recuperare ciò che è andato perso. Come purtroppo accade nel momento in cui ci muore la mamma.

 

 

Joan Didion, al momento di affrontare questa morte, si sente vacillare. È come se il terreno sotto i piedi non fosse più stabile. E allora avverte l’esigenza di tornare a cercare, rovistare, tirare fuori vecchie foto e vecchi diari per capire chi era stata sua madre, prima ancora di chi è stata lei fino a quel momento, analizzare la storia della propria famiglia oltre il dolore e i ricordi. La sua autobiografia personale, a questo punto, immancabilmente s’attorciglia, quasi si confonde con quella della California, con l’epopea americana del grande viaggio verso il Far West.  E ci sentiamo così tutti parte del grande mito della frontiera, della cultura dei grandi spazi, dell’attraversamento di terre e paesaggi incolti, deserti, fiumi, natura selvaggia.

Le testimonianze delle donne rivelano l’asprezza e la durezza del quotidiano che non regalava nemmeno un attimo di riposo. «Erano donne, le donne della mia famiglia, con poco tempo per i ripensamenti, poco inclini all’ambiguità; e in seguito, quando l’ebbero, il tempo, o quando poterono coltivarla quella inclinazione, subentrò in loro una propensione, che nel tempo ho capito essere endemica, a piccoli e grandi squilibri, ad affermazioni all’apparenza singolari, a smarrimenti oscuri, a traslochi improbabili.» (p 16) Tale era l’incessante darsi da fare che nel momento in cui le circostanze richiedevano meno impegno l’indole femminile non riusciva a godersi il riposo, spesso andandosi a inventare il lavoro e le preoccupazioni anche quando non ce n’era bisogno. E il resto del mondo le scambiava per pazze.

 

 

Un senso di mancata visione della realtà pervade la giornalista. Vi sono dei racconti che mirano a creare un mito, non a riportare i fatti realmente accaduti. «Questo libro è una ricerca sui miei equivoci circa il luogo e il modo in cui sono cresciuta, equivoci che riguardano l’America così come la California, fraintendimenti e malintesi a tal punto insiti nella persona che sono diventata che ancor oggi mi riesce di affrontarli solo per vie indirette.» (p 27) Il malessere avvertito da Joan Didion dipende proprio dal rendersi conto che non è tutto oro quello che luccica. Come riportava suo nonno, Josiah Royce, non senza una nota di delusione, i padri della California avevano inventato «una California idealizzata, un sistema etico in cui la ‘lealtà’ era la virtù fondamentale, la legge morale essenziale per la creazione di una ‘comunità’ a sua volta unica salvezza per l’uomo, e, per estensione, redenzione degli insediamenti californiani.» (p 40) In realtà questa comunità era costituita da «stranieri irresponsabili’ […] ‘una generazione senza fissa dimora di vagabondi egoisti cieca e stupida’.» (p 40) La menzogna era stata così ben architettata che anche il nonno dell’autrice riusciva a crederci. Subiva l’incanto della narrazione di una grande avventura, di cui faceva parte e ne andava fiero. E come lui un popolo intero si specchiava nei ricami del mito. Leggendo “Da dove vengo”, si percepisce che anche l’autrice si è sentita impigliata in questo ingranaggio: il compito per chi cerca di districare la verità dal mito è davvero difficile.

 

 

A volte però il mito, la leggenda si veicolano senza le parole scritte, viaggiano di bocca in bocca e che trasformino i fatti o li riportino tali e quali alla fine cambia poco. Si è perso il narratore. «Quale testimone?» (p 42) Il tempo ha inghiottito la voce dell’origine di tale storia. Forse anche la verità. Ma che importa? Quello che conta, è che la narrazione continui, oltre la parola scritta: «è grazie a generazioni di simili narratori, all’apparenza omniscienti, che le storie delle traversate si sono sublimate in una sola, grande odissea.» (p 43)

D’altronde, «non esiste davvero un modo per fare i conti con tutto ciò che perdiamo» (p 251), l’illusione che siamo eterni s’infrange nel flusso e riflusso del tempo, che ci colpisce violentemente con la morte dei nostri cari. I genitori che ci lasciano mettono drasticamente fine ai sentimenti che ci portiamo da quando eravamo giovani e ancora esploratori: «m’illudevo ancora che sarebbe arrivata dall’altra parte della Sierra prima che cadesse la neve. Ma non fu così.»

Scritto per fare i conti con la morte di sua madre, “Da dove vengo” immerge il lettore nel melting pot della leggenda american dove Joan Didion “canta l’America mentre canta sé stessa, dimostrando di essere il Walt Whitman dei nostri giorni” (Slate).

 

Joan Didion – DA DOVE VENGO. Un’autobiografia

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