Nuovi cieli per François Morlupi: nell’intervista ci parla del suo nuovo progetto

Nuovi cieli per François Morlupi: nell’intervista ci parla del suo nuovo progetto

 

François Morlupi

 

Intervista n. 303

 

Cosa ti ha spinto a raccontare questa storia proprio adesso, in questo momento storico così fragile e rumoroso?

Desideravo cambiare, evolvermi e proseguire un percorso da scrittore di noir e non soltanto dei Cinque di Monteverde. Con Segnale assente, l’ultima indagine dei Cinque, ho avvertito la sensazione di aver dato tutto o quasi con la serie dei Cinque. Avevo dunque bisogno di una nuova serie, di nuovi personaggi e di nuove emozioni.

Qual è stata l’immagine iniziale, la scintilla che ha dato vita al Cielo degli ivisibili?

Il proliferare di tendopoli nella mia città. Sono ormai ovunque, sotto ai ponti, dentro ai tunnel, in riva al Tevere. La situazione è preoccupante e non può che farmi male. In Italia ci sono centomila senza tetto. Dieci anni fa erano la metà. Dovremmo porci qualche interrogativo e meditare su dove la società sta andando e a che prezzo.

Nel libro sembra esserci una tensione costante tra ciò che è visibile e ciò che resta nascosto. È un tema che ti appartiene anche nella vita personale?

No, non particolarmente. Siccome però tratta di invisibili ho pensato che fosse opportuno scrivere un’indagine con una scomparsa, appunto quella di uno specializzando medico, invisibile anche lui in ospedale.

 

 

Il protagonista sembra muoversi tra forza e vulnerabilità. Quale delle sue fragilità ti è stata più difficile da maneggiare come autore?

Volevo sfatare il luogo comune che soltanto le persone che hanno compiuto tanti anni di studi leggono. Non è vero, ne ho avuto la prova nei miei numerosi tour di promozione di libri. Spesso le lettrici e i lettori forti sono persone comuni, tassisti portieri, impiegati di supermercati, personale ATA. Otello, appunto, non ha potuto studiare, ma ha un grande amore per la letteratura. Si definisce un cittadino del mondo e desideravo costruire un personaggio più empatico, di cuore e meno razionale. Lui è un personaggio sicuramente lacerato ma anche felice della propria condizione. Per questo tenta di essere solidale con gli altri.

C’è un personaggio secondario che, mentre scrivevi, ha iniziato a reclamare più spazio del previsto?

Il professore, senza dubbio. Ho dovuto respingere vari suoi attacchi perché desiderava più spazio. Secondo me è un personaggio con un grande potenziale…chissà vedremo se riuscirà a fare breccia!

Quanto di te — o dei tuoi timori — si è infiltrato nei personaggi senza che tu lo volessi davvero?

Sicuramente nutro molti timori sul fatto che siamo sempre più connessi e al tempo stesso distanti, isolati e frammentati. Questo argomento mi sta molto a cuore ed è incarnato da Giuseppe. Stiamo diventando sempre più invisibili, sempre più un numero senza identità, senza umanità.

Roma nei tuoi libri non è mai solo un luogo: è un corpo vivo. In questo romanzo, quale parte della città respira più forte?

Roma è sempre una protagonista dei miei romanzi. Agisce e interagisce con gli altri. Dimentichiamo spesso che è dieci volte più estesa di Parigi e che porta nel proprio grembo numerosissime micro città. Pertanto volevo raccontare questa volta la Roma urbana, notturna e degli invisibili. Oltre a Coppedè, un quartiere ricco di mistero e di storia.

Ti interessa di più raccontare la Roma che conosci o quella che temi possa diventare?

Entrambe. Sono preoccupato della deriva della mia città. Una deriva culturale, economica, sociale e politica. Una deriva in cui si è persa l’umanità, la solidarietà e la fraternità che ci contraddistinguevano. Spero in un cambio repentino, un’inversione di rotta. Nel mio piccolo, provo a porre alcuni interrogativi a chi la abita e spero di riuscirci.

Scrivere questo romanzo ti ha costretto a cambiare qualcosa del tuo metodo?

No, non in fase di scrittura. Sicuramente però avere un editor diverso in fase di riscrittura aiuta molto ad avere un altro punto di vista, a conoscere altre strategie di scrittura e ad allenarsi magari su alcune strutture di cui non eri a conoscenza. Una palestra assolutamente utile e fruttuosa che da oggi mi permetterà di scrivere in maniera sicuramente diversa.

C’è un momento della scrittura in cui hai capito che il libro stava diventando “altro” rispetto all’idea iniziale?

No. Avevo un obiettivo preciso fin da subito. Poi come in tutti i libri che ho scritto, conoscevo il punto di inizio e il punto di arrivo. Ma il viaggio dal principio alla conclusione non era così limpido. Iniziare poi una nuova serie è un po’ come entrare in una stanza buia, non sai mai cosa si possa celare dentro.

Senti di essere entrato in una nuova fase della tua carriera o questo romanzo è un ponte verso qualcosa che ancora non definisci?

Penso che sia un romanzo che prosegue il percorso di scrittore noir incentrato sulle tematiche sociali che mi ero posto qualche anno fa. Non sono ancora arrivato a ciò che mi ero prefissato. Ci vuole tempo, pazienza e tanta, tanta, tanta esperienza.

Qual è la domanda che ti stai facendo come autore in questo periodo, quella che potrebbe guidare il tuo prossimo libro?

Tento sempre di analizzare la società in cui vivo. Di vederne pregi e soprattutto difetti. Di ascoltare, osservare ciò che mi circonda. Ogni scrittore ha delle maglie strette nel cervello che salvano, immagazzinano dati. Spetta poi allo scrittore elaborarli, leggerli e plasmarli a proprio piacimento.

Ti immagini di tornare ai tuoi personaggi storici o senti il bisogno di esplorare nuove voci e nuovi mondi?

Tornerò dai Cinque, prima o poi. Adesso però è importante proseguire verso nuovi mondi, con nuove serie e nuovi personaggi. Per tornare poi più forte, più maturo e affrontare il loro ultimo viaggio insieme.

Se dovessi immaginare il tuo percorso tra cinque anni, lo vedi più vicino alla continuità o alla metamorfosi?

Alla continuità, senza dubbio. Scriverò ancora di romanzi polizieschi. La vera metamorfosi sarebbe scrivere romanzi di altro genere, cosa di cui non sono ancora assolutamente pronto.

Cosa speri che un lettore provi quando chiude l’ultima pagina del tuo nuovo romanzo?

Spero che i miei personaggi già gli manchino e che soprattutto possa avere una visione del mondo diversa. Non per forza più giusta o sbagliata, ma perlomeno mi auguro di avergli posto alcuni interrogativi che lo abbiano incuriosito.

Qual è la reazione più sorprendente che ti aspetti — o che temi — da chi ti segue da anni?

Che temo è ovviamente che si rechino in libreria a pretendere i soldi del libro indietro! Che mi aspetto è di gioia, con una punta di amarezza.

Intervista di Paolo Pizzimenti

 

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