NAMIKO E I GIARDINI DI KYOTO Kyoto Andreas Séché

Namiko e i giardini di Kyoto, di Andreas Séché  (Mondadori)

Sussurrare, diceva sempre Namiko, è come sottolineare, ma senza, appunto sottolineare. Nel ritirare la voce, secondo lei, il peso si spostava dalla forma al contenuto, attribuendo a ciò che si voleva dire il tocco discreto delle cose significative. «Sussurrare» mi sussurrò una volta all’orecchio «è intimità con la voce».

Dopo settimane di studio e di impegno e di testa piena zeppa di scadenze e preoccupazioni finalmente leggo.

E leggo un libro preso in biblioteca, accompagnando i miei figli per prendere i loro. Non solo lo apro ma lo finisco anche…e ve lo racconto.

Questo è un romanzo che punta tutto sulla delicatezza. Il protagonista è un giornalista tedesco che è in Giappone per un incarico temporaneo e si ritrova a prolungare il proprio soggiorno dopo l’incontro con Namiko, figura enigmatica e profondamente legata all’arte dei giardini di Kyoto. Da quel momento il viaggio smette di essere solo geografico e diventa soprattutto interiore.

Il punto di forza del romanzo è senza dubbio l’atmosfera: Séché costruisce una narrazione fatta di silenzi, osservazione e lentezza che rispecchia bene l’estetica giapponese. Alcune riflessioni, come quella sul “sussurrare” inteso come forma di intimità e rispetto per le parole, sono intense e restano impresse, dando al testo un tono quasi meditativo. Almeno io l’ho visto cosi.

Allo stesso tempo, però, è proprio questa costante ricerca di grazia a rappresentare anche il suo limite. La trama è tutto sommato esile, talvolta più suggerita che realmente sviluppata e alcuni passaggi rischiano di scivolare in una certa idealizzazione, sia dei personaggi sia del Giappone stesso. Chi cerca una narrazione più strutturata o conflitti più incisivi potrebbe rimanere insoddisfatto. Onestamente lo dico.

Nonostante ciò, Namiko e i giardini di Kyoto è una lettura capace di offrire conforto. Per me era il libro giusto al momento giusto, la lettura perfetta per ricominciare.

È uno di quei libri che non ambiscono a sconvolgere ma a accompagnare e che riescono a parlare ai sentimenti con una gentilezza rara.

Breve, forse troppo, lascia una lieve nostalgia e la sensazione di aver ricevuto una carezza.

Lo consiglio a chi ha bisogno di una storia che rallenti il ritmo, che inviti all’ascolto e alla riflessione, consapevole che la sua forza risiede più nell’emozione che nella trama.

Recensione di Maria Elena Bianco

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