LUTTO DI MIELE, di Franck Thilliez (Fazi – luglio 2026)

In Lutto di miele, Franck Thilliez affonda le mani nel territorio più fragile e pericoloso della mente umana, e lo fa attraverso il suo personaggio più tormentato: Franck Sharko, ispettore brillante, intuitivo, ma divorato da un dolore che non smette di respirargli addosso. È un uomo che vive in bilico tra lucidità e abisso, tra il reale e il surreale, tra ciò che vede e ciò che teme di vedere. E Thilliez, con la precisione di un entomologo, lo osserva mentre vacilla.
Sharko è circondato da visioni, voci, presenze che solo lui percepisce. La sua mente si incrina, si sfalda, si ricompone. Eppure, proprio in questo stato di fragilità estrema, riesce a compiere un’impresa che non è difficile: è impossibile. L’indagine lo trascina in un mondo che non gli appartiene — quello dell’entomologia, degli insetti, dei parassiti, dei veleni, delle falene sfinge testa di morte. Un universo minuzioso, inquietante, dove ogni creatura è un enigma e ogni dettaglio può essere un indizio.
Attorno a questo mondo pullulano figure ambigue, collezionisti ossessivi, individui pronti a tutto pur di ottenere un esemplare raro. Ma il cuore del romanzo è un altro: un personaggio misterioso, oscuro, cattivo, che sembra avere la stessa corporatura di Sharko. Un doppio? Un’ombra? Una proiezione della sua mente ferita? Thilliez gioca con l’ambiguità, con la percezione, con la paura che nasce quando il confine tra sé e l’altro si assottiglia.
E mentre l’indagine procede, Sharko continua a lottare con ciò che non ha mai davvero elaborato: la morte di Suzanne e della piccola Éloïse. Il lutto è una ferita che non si chiude, un miele nero che gli scorre dentro e che avvelena ogni pensiero. Le visioni che lo tormentano non sono solo sintomi: sono richiami, sono nodi irrisolti, sono fantasmi che chiedono una forma, una risposta, una pace.
Thilliez costruisce tutto questo con la sua consueta maestria: delitti atroci, corpi smembrati, ma mai gratuiti. Non c’è pulp, non c’è spettacolo. C’è la logica spietata di menti malate che hanno fatto del male una filosofia. C’è la precisione chirurgica del noir europeo, quello che non cerca l’effetto, ma la verità.
Il risultato è un romanzo che inquieta, affascina, trascina. Un viaggio nella psiche di un uomo che non sa più dove finisce la realtà e dove comincia il suo dolore. E quando la soluzione arriva — perché arriva — non è solo la chiusura dell’indagine: è un varco che si apre nella mente di Sharko, un chiarore che forse gli permette di respirare di nuovo.
Forse non lo rivedremo presto in azione. O forse sì. Con Thilliez, mai dire mai. Di certo, Lutto di miele conferma ancora una volta la sua statura di maestro del noir europeo, capace di unire tensione, psicologia e un immaginario oscuro che rimane addosso.
Recensione di Paolo Pizzimenti


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