L’OROLOGIAIO DI BREST – IL TEMPO DELL’OROLOGIAIO, di Maurizio de Giovanni (Feltrinelli 2025 – 2026)


Ho letto questi due libri a distanza di circa due mesi l’uno dall’altro ma sono convinta che costituiscano un unicum ed è per questo motivo che preferisco commentarli insieme; devo addirittura confessare che alla fine de L’orologiaio di Brest ero un po’ arrabbiata con De Giovanni, colpevole di avermi lasciato con una storia sospesa! Cosa dire allora di quest’unicum diviso in due parti?
In primis De Giovanni si dimostra ancora una volta un fine scrittore che sa affrontare, unendole magistralmente, tematiche interiori di sentimenti ed emozioni con una narrativa storica approfondita; qui tratta dell’atmosfera che aleggiava in Italia nelle persone coinvolte in prima persona e nelle dinamiche che hanno segnato quel periodo della storia italiana che è stato definito come gli anni di piombo: la storia parte dal desiderio di una giovane donna, Vera Coen, – una giornalista precaria la cui vita è stata segnata dalla morte del padre, un poliziotto che negli anni 80 era rimasto ucciso in un attentato le cui motivazioni non sono mai state chiarite- di scoprire cosa fosse veramente accaduto e quali ragioni avessero portato a far andare un giovane magistrato con la sua scorta a recarsi in una cava dove era avvenuta la loro uccisione.
Le sue indagini la portano a individuare in Andrea Malchiodi, un professore universitario caduto in disgrazia, il figlio di un uomo scomparso proprio in quegli anni che potrebbe essere l’assassino di suo padre. I due si muovono insieme alla ricerca dello scomparso, anche se Andrea non nasconde inizialmente la sua diffidenza; si ritrovano così coinvolti entrambi in una storia di organizzazioni dissidenti che hanno fatto della lotta armata il loro modo di rivendicare un mondo più equo, di servizi segreti più o meno deviati, di verità nascoste, di persone scomparse, di ombre che offuscano il mondo della Chiesa, di tradimenti e diffidenza, una storia piena di inquietudine ma anche di affetto, collaborazione ed amore.
Bella la figura di Carlo, balbuziente e misterioso, definito una specie di uomo degli ingranaggi, esperto in armi ed esplosivi, che fuggito in Francia, abbandonando tutto quello che aveva si è messo a riparare orologi,- sì, è l’orologiaio di Brest- un uomo solitario che all’improvviso si ritrova a dover fare i conti con la sua vita precedente. E poi c’è il tempo, visto attraverso gli occhi di Carlo, una specie di bolla dove l’uomo si rifugia quando lavora a riparare i meccanismi inceppati degli orologi: «se un orologio si bloccava, si verificava una magia stupefacente: Carlo usciva dal flusso delle ore e dei giorni. Entrava nella medesima dimensione dell’orologio in panne, quella dell’immobilità e dell’indifferenza.
Fintanto che era lì, presente e passato si fondevano e Carlo tornava a essere il giovane idealista che era stato, in mezzo a compagni con cui condivideva anima, cuore e cervello. Dentro quel meccanismo nato per fare qualcosa che non riusciva più a fare, ritrovava la dignità di ciò che era stato e che adesso – rotto, vecchio e infelice – non era più.» Una storia che potrebbe essere vera, che ci coinvolge e ci commuove perché sentiamo tutta l’umanità di una persona, che per le scelte fatte è costretto a vivere in solitudine e che quando gli viene chiesto cosa ha fatto in tutti quegli anni semplicemente risponde balbettando: “Ho ag-giustato m-molti orologi”.
Recensione di Ale Fortebraccio


Li ho letti entrambi, molto belli, il primo però mi è sembrato leggermente più bello
Bellissimi, come tutti i romanzi di De Giovanni.