LO SBILICO, di Alcide Pierantozzi (Einaudi – maggio 2025)

Recensione 1
Il fatto che Lo sbilico sia candidato al Premio Strega 2026 dice qualcosa dell’attenzione che questo romanzo sta ricevendo, ma non deve trarre in inganno: è una lettura da affrontare con consapevolezza. A me è piaciuto molto, proprio per la sua forza scomoda, però richiede una certa disposizione emotiva, perché il nucleo è duro, esposto, a tratti quasi senza protezione.
Pierantozzi non inventa da lontano ciò che racconta: lo attraversa dall’interno. Lo sbilico si muove sul confine tra memoir, diario clinico e romanzo, e nasce da un’esperienza personale di malattia psichiatrica che l’autore porta sulla pagina senza cercare attenuanti letterarie. Anche per questo la lettura ha un peso emotivo notevole: non siamo davanti a un tema osservato dall’esterno, ma a una voce che prova a dare forma a ciò che, per sua natura, tende a disfare ogni forma.
Pierantozzi entra nella malattia mentale senza costruirle attorno una cornice rassicurante; la racconta nella sua concretezza quotidiana, nei pensieri che si deformano, nella percezione che si incrina, nel corpo che prova a resistere quando la mente perde stabilità.
La vicenda parte da un io narrante che vive in Abruzzo, in una condizione di isolamento e sospensione, tra giornate ripetute, palestra, spiaggia, farmaci, diagnosi, ricadute, paura. La trama, però, conta meno del movimento interno della voce. Pierantozzi scrive come se dovesse misurare ogni centimetro del proprio cedimento, con una lingua cruda, spesso ossessiva, ma mai casuale. Si sente una ricerca formale molto precisa: il disordine psichico viene restituito senza diventare confusione narrativa. Questo, per me, è uno degli aspetti più notevoli del romanzo.
La critica ha parlato di un’opera coraggiosa, spiazzante, capace di affrontare il disagio psichico senza romanticizzarlo. Capisco questo giudizio. Lo sbilico rifiuta l’immagine consolatoria dello scrittore ferito che dalla sofferenza ricava una specie di privilegio poetico. La scrittura, in queste pagine, assomiglia piuttosto a un atto di tenuta: registra, scava, tenta di restare aderente a un’esperienza difficile da dire.
Mi è piaciuto proprio per questa sua onestà scomoda. Pierantozzi cerca una lingua capace di stare vicino al punto di rottura. Ci sono passaggi che sembrano chiedere al lettore una disponibilità piena, quasi fisica, perché il romanzo attraversa la fragilità, la rende presente, la lascia agire sulla lettura.
Per questo va scelto nel momento giusto. Chi cerca una lettura distensiva, o chi in questo periodo si sente più vulnerabile rispetto ai temi della malattia mentale, potrebbe trovarlo troppo esposto. Chi invece desidera confrontarsi con una voce radicale, sincera, capace di portare sulla pagina una zona raramente raccontata con questa precisione, troverà in Lo sbilico un’esperienza forte e difficile da accantonare.
A me ha lasciato la sensazione di avere letto un romanzo necessario per l’autore prima ancora che per il lettore: un testo nato da un’urgenza autentica, sorretto da una lingua che conosce il rischio dell’eccesso e riesce quasi sempre a governarlo. È una lettura scomoda, intensa, da avvicinare con attenzione, sapendo che non se ne esce del tutto indenni.
Recensione di Karin Zaghi
Recensione 2
Lo sbilico è un bellissimo libro. Basterebbe questa sola parola per descriverlo, ma dietro l’aggettivo c’è un mondo, il mondo dell’autore, un mondo di sofferenza, umiliazione, mancanza di prospettiva, di visione e doloroso. Un mondo disperante che allora non basta dire bellissimo, serve dire perché.
Guardare il mondo con gli occhi di un folle è impossibile, ognuno vive le proprie esperienze a modo suo. Saperle descrivere, riuscire a farle toccare, però, è cosa da pochi. La pazzia vista da dentro, il meccanismo che fa scattare la psicosi, il panico, la rigidità fisica, l’impossibilità di reagire, la sicurezza della sconfitta causata dai propri scompensi.
Il tutto nello svolgersi di una vita insieme agli altri, alla propria famiglia, in un succedersi di passato e presente. Senza nessuna prospettiva futura. Un libro intimo – il racconto della follia dal punto di vista chi la vive ogni giorno – a tal punto da essere naturale la sua pubblicazione.
Per me, al momento, la lettura più interessante dall’inizio dell’anno.
Recensione di Alessandro Gallucci
Sono contento di aver letto il bellissimo pezzo che alcune settimane fa, su Doppiozero, Andrea Pomella ha dedicato a “Lo sbilico” , il nuovo romanzo di Alcide Pierantozzi.
Sono contento perché, terminata la lettura del libro, avevo bisogno di (ri)trovare il baricentro, quasi come avessi perso l’equilibrio, per effetto di una forte scossa del pavimento o un giramento di testa. Avevo bisogno di un paio di occhi in più per mettere a fuoco, per tornare di nuovo centrato.
Sono contento di aver trovato, nella lettura di Andrea, parole come “postura”, “equilibrio”, “statica”, perché è qui che si gioca la partita, a mio modesto avviso.
“Lo sbilico” è un libro che sorprende, che destabilizza, che disorienta. È il racconto “in presa diretta” di diagnosi, di autismo, di disturbi bipolari, di impazzimento. Leggendo si ha la sensazione di camminare su un filo sottilissimo e che cadere da un momento all’altro sia il più scontato degli esiti possibili.
A reggere il racconto (e a tenerci continuamente in equilibrio su quel filo), una scrittura di una vividezza, di una vivacità, di una ricchezza di sfumature davvero sbalorditive. Sono le parole che gli sono letteralmente piovute addosso da ragazzino, come racconta lo stesso Pierantozzi in una pagina memorabile. Accadde il giorno in cui un furgone, che percorreva una strada sopraelevata, andò a sbattere lasciando cadere libri e dizionari dal portellone posteriore rimasto aperto.
Anche se sono entrato in contatto con questo libro in modo completamente diverso (l’ho scelto, l’ho portato a casa con me) mi piace pensare che mi sia piovuto sulla testa, come un oggetto proveniente da un altro pianeta (di nuovo grazie, Andrea), come un evento: qualcosa che è accaduto, che mi è accaduto, e che d’ora in poi farà parte di me.


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