LO SBILICO, di Alcide Pierantozzi (Einaudi – maggio 2025)

Recensione 1
Lo sbilico è un bellissimo libro. Basterebbe questa sola parola per descriverlo, ma dietro l’aggettivo c’è un mondo, il mondo dell’autore, un mondo di sofferenza, umiliazione, mancanza di prospettiva, di visione e doloroso. Un mondo disperante che allora non basta dire bellissimo, serve dire perché.
Guardare il mondo con gli occhi di un folle è impossibile, ognuno vive le proprie esperienze a modo suo. Saperle descrivere, riuscire a farle toccare, però, è cosa da pochi. La pazzia vista da dentro, il meccanismo che fa scattare la psicosi, il panico, la rigidità fisica, l’impossibilità di reagire, la sicurezza della sconfitta causata dai propri scompensi.
Il tutto nello svolgersi di una vita insieme agli altri, alla propria famiglia, in un succedersi di passato e presente. Senza nessuna prospettiva futura. Un libro intimo – il racconto della follia dal punto di vista chi la vive ogni giorno – a tal punto da essere naturale la sua pubblicazione.
Per me, al momento, la lettura più interessante dall’inizio dell’anno.
Recensione di Alessandro Gallucci
Sono contento di aver letto il bellissimo pezzo che alcune settimane fa, su Doppiozero, Andrea Pomella ha dedicato a “Lo sbilico” , il nuovo romanzo di Alcide Pierantozzi.
Sono contento perché, terminata la lettura del libro, avevo bisogno di (ri)trovare il baricentro, quasi come avessi perso l’equilibrio, per effetto di una forte scossa del pavimento o un giramento di testa. Avevo bisogno di un paio di occhi in più per mettere a fuoco, per tornare di nuovo centrato.
Sono contento di aver trovato, nella lettura di Andrea, parole come “postura”, “equilibrio”, “statica”, perché è qui che si gioca la partita, a mio modesto avviso.
“Lo sbilico” è un libro che sorprende, che destabilizza, che disorienta. È il racconto “in presa diretta” di diagnosi, di autismo, di disturbi bipolari, di impazzimento. Leggendo si ha la sensazione di camminare su un filo sottilissimo e che cadere da un momento all’altro sia il più scontato degli esiti possibili.
A reggere il racconto (e a tenerci continuamente in equilibrio su quel filo), una scrittura di una vividezza, di una vivacità, di una ricchezza di sfumature davvero sbalorditive. Sono le parole che gli sono letteralmente piovute addosso da ragazzino, come racconta lo stesso Pierantozzi in una pagina memorabile. Accadde il giorno in cui un furgone, che percorreva una strada sopraelevata, andò a sbattere lasciando cadere libri e dizionari dal portellone posteriore rimasto aperto.
Anche se sono entrato in contatto con questo libro in modo completamente diverso (l’ho scelto, l’ho portato a casa con me) mi piace pensare che mi sia piovuto sulla testa, come un oggetto proveniente da un altro pianeta (di nuovo grazie, Andrea), come un evento: qualcosa che è accaduto, che mi è accaduto, e che d’ora in poi farà parte di me.


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