L’IMPRONTA DEL LUPO, di Jo Nesbø (Einaudi – febbraio 2026)

Con L’impronta del lupo, Jo Nesbø conferma ancora una volta perché è considerato il maestro indiscusso del polar nordico: uno scrittore che si ama o si odia senza mezze misure, capace di costruire mondi narrativi dove la tensione non è un artificio, ma una condizione esistenziale.
Il romanzo si apre con una scelta narrativa affascinante: la storia sembra nascere dalla voce di uno scrittore, come se fosse lui a tessere la trama, a decidere il ritmo, a guidare il lettore dentro un labirinto di memorie e ombre. Ma presto la narrazione si allarga, si sposta, si incarna nella vita di alcuni personaggi del Minnesota, tutti legati — in modi diversi e spesso dolorosi — a un fatto di sangue avvenuto anni prima. È come se Nesbø costruisse un mosaico dove ogni tessera è un frammento di verità, e solo osservandole da lontano si intravede la figura complessiva.
Al centro di questo intreccio c’è un personaggio enigmatico, qualcuno che “indossa la pelle di un altro”. Non in senso metaforico, non come semplice maschera psicologica, ma in un modo che il lettore scopre gradualmente, con un brivido crescente. È un dettaglio che non va svelato, perché è proprio la sua lenta rivelazione a dare al romanzo quella vibrazione inquieta che solo Nesbø sa orchestrare. Tuttavia, il lettore attento, soprattutto chi conosce bene la poetica dell’autore, potrebbe intuire a metà libro chi si nasconde dietro l’ombra dell’assassino. Ma con Nesbø l’intuizione non è mai una certezza: ogni pista può essere un inganno, ogni indizio un riflesso deformato.
La scrittura è, come sempre, tagliente e precisa. Nesbø non si limita a raccontare un crimine: scava nelle motivazioni, nelle ferite, nelle identità spezzate. Il Minnesota diventa un luogo mentale oltre che geografico, un territorio dove il passato non smette di reclamare la sua parte e dove la violenza non è un evento, ma un’eco che continua a risuonare.
L’impronta del lupo è un romanzo che cattura, confonde, seduce. Un’opera che conferma la capacità di Nesbø di reinventarsi senza tradire la sua essenza: quella di un narratore che non offre mai risposte facili, ma invita il lettore a camminare sul ghiaccio sottile dell’ambiguità.
Recensione di Paolo Pizzimenti


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