L’IMPERATORE DI PORTUGALLIA, di Selma Lagerlöf (Iperborea)

“Jan non è matto”, disse. “Il Signore gli ha posto uno schermo davanti agli occhi, perché non veda quello che non sopporterebbe di vedere. E di questo non si può che esserne riconoscenti”.
Jan Andersson di Skrolycka sta per diventare papà. Sta seduto fuori dalla sua casetta costruita con gli scarti del legno regalati dal padrone della fattoria, e prova un tumulto di emozioni contrastanti. Prova all’inizio soprattutto rabbia, per il piccolo essere che sta per nascere e sta per portargli via la vita che ha avuto fino ad allora e che vorrà dire -per dei poveri contadini come loro- una bocca in più da sfamare. Ma allo stesso tempo prova risentimento verso le donne levatrici, perché non lo fanno entrare subito in casa quando, attraverso le sottili pareti, sente il primo vagito della nuova creatura. E infine, quando la bambina gli viene messa tra le braccia, all’improvviso il suo cuore inizia a battere come non mai.
“E subito il cuore cominciò a battergli nel petto come non era mai accaduto prima, e di colpo non si sentì più intirizzito, ne’ triste, ne’ irrequieto, ne’ arrabbiato e gli parve invece di star proprio bene []”
Si chiamerà Klara Fina Gulleborg, in onore del Sole suo padrino.
Cosa vuol dire l’arrivo di un figlio? Vuol dire sentimenti contrastanti, il cuore che batte all’impazzata fuori dal proprio corpo, una nuova ragione di vita, un nuovo significato nelle cose, un affinamento di quello che può essere chiamato “sesto senso”, la nascita dell’orgoglio, il bisogno di dignità da donare alla nuova vita, la protezione dai nemici (prima insidiosi Troll, poi ancora più insidiosi orgoglio durezza vizio lussuria), la spinta in avanti, la rivoluzione della coppia. Ma vuol dire anche assistere alla crescita del bambino, accettare le diverse strade che possono essere scelte, vivere l’abbandono, la casa vuota, quasi il senso di tradimento pur con la speranza di essere rimasti parte viva nella memoria del figlio, di aver fatto qualcosa di buono e duraturo.
Racconta questo e molto di più questo delicato libro della Lagerlöf, quasi una fiaba, una poesia struggente a mano a mano che si prosegue nella lettura.
Jan di Skrolycka perde la figlia che va a Stoccolma a cercare fortuna, e diventa quel che si suol dire “matto”. Pensa che sua figlia sia diventata Imperatrice di Portugallia, e che questo sia il motivo per cui non fa avere notizie di sé.
“Quando l’imperatrice Klara di Portugallia starà qui sul pontile con una corona d’oro sul capo, e sette re cammineranno al suo fianco reggendole il mantello, e sette leoni giaceranno ai suoi piedi e settantasette condottieri la precederanno con la spada sguainata in mano, allora vedremo se oserai dirle in faccia quel che hai detto a me oggi”
Ma se lei è Imperatrice, lui allora è Imperatore.
E Imperatore sarà fino alla fine.
“[] Il valore di un amore che non viene mai meno”
Attorno all’Imperatore di Portugallia si muove un paesino della Svezia dell’800 con la sua cultura, la sua organizzazione, le sue credenze e i suoi personaggi caratteristici: troviamo la scema del villaggio, il sacrestano che fa anche da maestro, il Pastore, il signorotto locale, il ricco caduto in disgrazia, il sopravvissuto alla guerra, la vedova triste. Tutto il micro-mondo delle Askedalar ruota attorno a questa indimenticabile coppia padre-figlio, che cattura gli sguardi, le attenzioni, le emozioni. Tutto il nostro mondo in realtà io penso che ruoti attorno a questo binomio, e che si tratti di Svezia, Austria, Portogallo, Metz o Giappone, o Portugallia, non fa tanta differenza.
Un cuore che batte, e’ l’inizio della vita
Recensione di Benedetta Iussig
[the_ad id=”12601″]


Commenta per primo