LETTERA DI UNA SCONOSCIUTA Stefan Zweig

Lettera ad una sconosciuta Stefan Zweig

LETTERA DI UNA SCONOSCIUTA, di Stefan Zweig

Consacrazione: è il sostantivo, l’atto che regge tutto questo racconto.

Dolore: è il sentimento che trasuda questa lettura.

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Non è inusuale consumarsi per amore, anzi. Interiorizzare così tanto questo sentimento fin dalla tenera età e portarselo dentro fino alla morte e morirne, credo sia un mode ripetuto nella letteratura e nella poesia. Tuttavia, leggere questo breve romanzo di Zweig è stato doloroso, commovente, finanche angosciante e disturbante. Perché? Perché è un dolore senza via d’uscita, non è salvifico né catartico e ad un certo punto l’ho sentito decisamente autoinflitto.

Zweig con uno stile indiscutibile, accorato, pulito descrive in poche pagine la vita di una donna che si svela, con una lettera, ad un affermato e affascinante romanziere, il giorno del suo quarantesimo compleanno <<permettimi, amore mio, di raccontarti tutto, tutto da principio>>. Quel giorno R. non riceverà le solite e anonime rose bianche <<… lo sguardo cadde allora sul vaso azzurro, lì davanti a lui sulla scrivania. Era vuoto, vuoto per la prima volta dopo tanti anni nel giorno del suo compleanno>>, ma una lettera straziante. La lettera di una donna che non gli è sconosciuta, dalla quale ignaro ha avuto un figlio, ma di una donna “non riconosciuta” <<A te, che mai mi hai conosciuta…>>, <<tutti mi hanno hanno voluto bene, tu, tu solo non mi hai mai riconosciuta>>.

È questa, per me, la dichiarazione straziante sulla quale si apre e chiude il sipario di questa vita.

Da un lato l’atavico narcisismo maschile e dall’altro uno stato che non vedo né come ossessione o follia o amore, bensì una consacrazione pura, ardente e insensata. Una donna trafitta.

Una vita intera è stata consacrata ad un uomo con tutta la trasformazione interiore che in sé comporta questo atto: passare dal profano al sacro. Quella sacralità che diventa un assoluto, che vince la stanchezza e il tempo e si astrae dal corpo ceduto senza onore e infamia <<mi sono venduta, non è stato un sacrificio … tu, il solo cui il mio corpo apparteneva, e mi era indifferente ciò che a quel corpo poteva accadere>>.

Mai lei chiede o si aspetta qualcosa, mai aspira davvero ad una vita con lui; vorrebbe, essere solo ‘riconosciuta’.

Un’abnegazione inverosimile come solo nella letteratura di un certo livello si può leggere <<Trasalì, sgomento … percepi’ una morte e un amore immortale>>.

Un libro struggente, sì. Una donna che è <<una musica lontana>>.

Recensione di Nunzia Cappucci
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