L’ESTATE CHE HO UCCISO MIO NONNO Giulia Lombezzi

L’ESTATE CHE HO UCCISO MIO NONNO, di Giulia Lombezzi (Nollati Boringhieri – marzo 2025)

Alice è una sedicenne milanese. Si definisce bruttina, è curvy, cerca nel cibo la consolazione che non trova nei rapporti con gli altri, ha solamente due amici, e guarda alla vita con lo sguardo impietoso di molti suoi coetanei, e un’ironia disarmante.

La sua famiglia si è appena dimezzata: padre e sorella maggiore hanno preso strade diverse, e lei è rimasta con la madre. L’equilibrio di questa piccola isola femminile viene stravolto quando il nonno materno si ammala e la madre lo accoglie in casa. Il nonno è un vecchio patriarca irascibile e dispotico, e sua figlia mette tutta se stessa nell’impossibile impresa di compiacerlo. Alice soffre e si arrabbia per questo:

vede nel progressivo annullarsi della madre una profonda ingiustizia, e comprende che la sua dedizione deve avere radici lontane. Ai suoi occhi la madre è la principessa prigioniera di un drago malvagio, e lei sarà il principe che la salverà uccidendolo.

Con sguardo spietato e lingua tagliente Alice ci racconta di sé, della scuola, della sua famiglia, degli adulti e in particolare delle donne che incrociano la sua strada. “Donne masticate e risputate da un cosmo avverso. Donne erogatrici di latte, pasti e panni trovatesi dopo un certo numero di anni scadute, guaste o buttate via. Donne che magari erano partite bene ma hanno finito per adeguarsi”. E descrive con grande sincerità la difficile situazione, comune a molte famiglie, dei figli adulti che devono fare i conti con la cura degli anziani, cercando di trovare un equilibrio, quasi impossibile, tra i loro spazi, le loro vite fatte di lavoro, affetti e tempo libero, e la necessità di rispettare ritmi ed esigenze degli anziani. Tra la cura di sé e i bisogni dei genitori, mettendo da parte spicchi sempre più grandi della loro vita.

La voce di Alice, caustica quando punta il dito contro le ipocrisie degli adulti, e senza filtri quando parla dei suoi acerbi esperimenti di erotismo, assume un tono a modo suo poetico quando descrive il paesaggio ligure, con il suo mare “unto di olio solare, acido di pipì, saturo di plastica, che va avanti e indietro tracciando bave chiare sul limitare della sabbia” e le sue improvvise piogge, con “i lampi che schiaffeggiano le facciate, i fulmini che si affacciano sul mare come profezie, cataste d’acqua che si spostano in orizzontale. Il mare è una spianata argentea che pare ribollire, e i tuoni rimbombano come se qualcuno stesse sbattendo la porta del cielo”.

Il romanzo indaga con sincerità i rapporti intergenerazionali all’interno della famiglia: l’autoritarismo patriarcale e dispotico del nonno, che per egoismo arriva a sabotare i sogni della figlia, l’arrendevolezza muta della nonna, il bisogno di approvazione e il senso del dovere della figlia, che fa sue le aspettative del padre sentendosene però soffocata, e il senso di giustizia di Alice, adolescente che aumenta di volume nel tentativo di essere vista dalla madre, della quale non comprende l’abnegazione verso chi non l’ha mai amata davvero

Recensione di Maria Teresa Petrone

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