L’ENIGMA DELLA NURRA Gavino Zucca

L’ENIGMA DELLA NURRA, di Gavino Zucca (Newton Compton)

Arrivati al nono capitolo delle avventure del tenente Roversi, uno potrebbe pensare che la saga cominci a mostrare un po’ di stanchezza, come un corridore che annaspa nell’ultimo chilometro. E invece no: Zucca piazza il colpo e con “L’enigma nella Nurra” rimette il piede sull’acceleratore, restituendo ritmo e brillantezza là dove i volumi precedenti avevano forse concesso qualche “rilassamento”.

La prosa è scorrevole come un bicchiere di vermentino fresco d’estate: lettura fluida, veloce, quasi rilassante, ma con quella punta d’intrigo che ti fa dire “ancora una pagina e poi smetto”… salvo ritrovarti due capitoli più in là senza nemmeno accorgertene. Le ambientazioni sarde – tra campagne assolate e paesini pieni di ombre e segreti – hanno il pregio di sembrare familiari anche a chi la Nurra non l’ha mai vista, e regalano un senso di autenticità che è raro in un giallo.

E poi c’è l’ironia: gli incisi in bolognese e sardo sono come le spezie giuste in un piatto ben cucinato, danno sapore e leggerezza. Non mancano tocchi che svelano l’anima stessa del protagonista: Tex Willer, eroe per antonomasia e punto di riferimento di Roversi, quasi un alter ego in cui il tenente si specchia mentre conduce le sue indagini. E i fogli di cioccolato Scorza, che non sono soltanto come gli spinaci per Braccio di Ferro, ma il filo dolce che lo lega alla sua Bologna: un ricordo di casa che lo accompagna anche adesso che ha deciso di farsi adottare dalla Sardegna – e, a modo suo, di adottarla a sua volta.

La trama non si accontenta di essere “facile lettura”: è ben articolata, con più intrecci che si incastrano senza mai confondere, e i personaggi – Roversi in testa – sono tratteggiati con cura, pieni di tic, ironia e piccoli dettagli che li rendono vivi.

In fondo, il segreto del tenente sembra stare tutto nella massima che lo accompagna: “Se c’è rimedio, perché preoccuparsi? E se non c’è rimedio, perché preoccuparsi?”. È questa filosofia che gli permette di affrontare i guai con leggerezza, sempre pronto a una battuta e a un sorriso, senza perdere la capacità di arrivare alla verità.

Insomma, tra misteri, dialetti, fumetti e cioccolato, questo romanzo si legge d’un fiato e lascia la sensazione di aver fatto una passeggiata nella Sardegna degli anni ’60, guidati da un autore che sa dosare suspense e leggerezza con mestiere. Una conferma che la saga del tenente Roversi non solo tiene botta, ma sa ancora sorprendere.

E, come direbbe lui, se non vi piace… beh, c’è sempre il rimedio di un buon bicchiere di vernaccia. E se non c’è rimedio, almeno avrete bevuto bene.

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