Le mie letture del 2025: diario di bordo di un esploratore dilettante, di Vincenzo Anelli
Guardare l’elenco dei libri letti nel 2025 è un esercizio di umiltà. Non tanto per i titoli in sé, quanto per la scoperta che i miei gusti letterari hanno la coerenza di uno sciame di api ubriache. È la prima volta che li ammiro tutti in parata, ed è emerso un dato inconfutabile: la mia mente sembra quella di un bibliofilo con un disturbo da deficit dell’attenzione. Epoche, generi e continenti si accalcano senza un piano, guidati solo da un’irrefrenabile curiosità e forse da un algoritmo segreto (probabilmente gestito da un bibliotecario folle).
Prima di tutto, una premessa: questo non è una pagella. Ci sono libri che si divorano in un giorno e altri che chiedono mesi di pazienza; alcuni ti conquistano, altri ti resistono. Ma il giudizio su un libro è un animale mutevole: dipende dalle condizioni personali del momento in cui lo si incontra. Un romanzo faticoso, affrontato nel periodo sbagliato, può sembrare un muro; lo stesso romanzo, in un’altra fase della vita, può aprire una porta. L’apprezzamento, la difficoltà, persino l’amore per una storia sono spesso negoziati in quel confine sottile tra le pagine e il nostro stato d’animo. Per questo, anche quelli che non “piacciono” nel senso tradizionale lasciano un segno, una domanda, un’immagine che non ti abbandona. Ogni volume, nel bene o nel male, ha scosso qualcosa: ha provocato, fatto pensare, costretto a immaginare mondi altri. È questa, forse, l’unica vera costante.
Ne emerge un anno attraversato, non pianificato. Un cocktail in cui il romanzo storico fa il brindisi con il noir, il classico sussurra pettegolezzi alla narrativa contemporanea, e i libri che chiedono “lentezza e fatica” si alternano a quelli che promettono solo “divertimento e fuga”. Un caos, insomma. Ma un caos dal design sospettamente intrigante in cui ogni libro ha trovato il suo “momento giusto”.
La Storia è stata la mia fedele (e a volte pedante) compagna di viaggio. Quella raccontata spaziando dal rigore saggistico di “Dante” alla narrazione cruda de “Le ateniesi” di Alessandro Barbero, ricostruita con la maestria di Hilary Mantel in “Wolf Hall”, o reimmaginata con genio in “Liberazione” di Imogen Kealey, “Vita dopo vita” di Kate Atkinson e “1646. Giacomina, l’anima sua e il diavolo” di Giovanni Peretti. A questi si affiancano “Il frate e il cecchino” e “Cuore nella neve” (entrambi di Peretti), dove la Grande Storia fa da sfondo a destini personali, e il potente affresco artistico e umano di “L’architettrice” di Melania G. Mazzucco. E poi le grandi fratture: il colonialismo in “Metà di un sole giallo” di Chimamanda Ngozi Adichie, le leggi razziali nel capolavoro di Giorgio Bassani “Il giardino dei Finzi-Contini”.
Accanto a lei, immancabile, il Mistero, declinato in tutte le salse. Dal giallo storico di Danila Comastri Montanari (“In corpore sano”, “Spes, ultima dea”) e “L’enigma della maschera” di Paolo Lanzotti a quello contemporaneo e territoriale di Gavino Zucca (“Delitto a foresta Burgos”, “L’enigma nella Nurra”). Dalle atmosfere cupe di Patricia Gibney (“L’ospite inatteso”), di Kerry Maniscalco (“Sulle tracce di Jack lo Squartatore”) e John Grisham (“Il rapimento”) al piacere arguto de “Il club dei delitti del giovedì” di Richard Osman. Fino ai misteri che si nutrono di libri e arte: “Il club Dumas” di Arturo Pérez-Reverte, “La setta dei libri maledetti” di Fabio Delizzos. Una vera e propria dieta a base di enigmi, con contorno di cadaveri, completata dal moderno “Bianco Letale” di Robert Galbraith e dall’indagine quasi domestica di “La misteriosa scomparsa di Fontanella” di Alessandra Carnevali.
I Classici non sono stati visite di dovere, ma incontri a volte scomodi, a volte esilaranti. Michail Bulgakov mi ha fatto un doppio dispetto con il suo surrealismo dissacrante (“Il Maestro e Margherita”, “Cuore di cane”). Fëdor Dostoevskij mi ha trascinato negli abissi della coscienza con “Delitto e castigo”, un’indagine psicologica che fa impallidire qualsiasi thriller moderno. Francis Scott Fitzgerald mi ha ricordato che il Sogno Americano ha sempre un conto in sospeso con “Il grande Gatsby”. Alexandre Dumas padre (“I Tre Moschettieri”) ed Emilio Salgari (“Il Corsaro Nero”) hanno rinfrescato il concetto di “intrattenimento puro”. E “Ferdydurke” di Witold Gombrowicz ha fatto esattamente il suo lavoro: destabilizzare il lettore proprio quando credeva di avere la situazione sotto controllo. Missione compiuta, Witold.
Poi ci sono loro: i libri “silenziosi”. Quelli che non urlano, ma riecheggiano. “Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro, “La porta” di Magda Szabó, “Gilead” di Marilynne Robinson, “Austerlitz” di Winfried G. Sebald, “Il valore delle cose” di Serena Cappellozza, “Al giardino ancora non l’ho detto” di Pia Pera e “Per questo ho vissuto” di Sami Modiano. A loro si ricongiunge idealmente, per una sua intima e ambigua vocazione, anche “L’architettrice” di Melania G. Mazzucco: sebbene incastonato nel rigore della Storia, il destino di Plautilla Bricci vibra della stessa ostinata riservatezza, una voce che ha saputo attendere secoli per essere finalmente ascoltata. Testi che rifiutano di essere divorati e che, ridotti a una riga in lista, sembrano quasi offendersi. Sono i pensieri che tornano a trovarci a distanza di mesi.
Il viaggio è stato arricchito da storie di passioni, arte e identità: dalla magia culinaria di Laura Esquivel in “Dolce come il cioccolato” alla passione pittorica di Susan Vreeland in “La passione di Artemisia”, dal rifugio di Alba Donati (“La libreria sulla collina”) al thriller clericale di Errico Passaro (“Connessione Vaticana”). Senza dimenticare le incursioni nel fantastico con Stan Nicholls (“I figli del Lupo”) e nell’irriverente con Marie Phillips (“I cavalieri della tavola zoppa”), il ritratto professionale di “La correttrice” di Emanuela Fontana e l’indagine sociale di “La verità dell’agave” di Myriam Mantegazza.
Alla fine, questa lista non è una mappa. È il diario di bordo di un esploratore dilettante, con deviazioni improvvise, ritorni affettuosi e soste impreviste. Non c’era un progetto, e forse proprio per questo ha una sua coerenza segreta: la coerenza della curiosità.
Quindi, cosa dice di me questo elenco? Che leggo senza un disegno preciso, ma con l’ostinata convinzione che ogni libro possa essere una domanda interessante, o almeno una risposta a una domanda che non sapevo di avere. E che, occasionalmente, vale la pena di fermarsi a guardare il proprio caos personale. Se non altro per ridere di quel bibliotecario folle che abita nella nostra testa e che, contro ogni logica, alla fine ci ha regalato un viaggio memorabile.
Di Vincenzo Anelli


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