
Vi parlo da lettrice al primo incontro con Meta narratore. Mi attiravano due promesse: l’amicizia messa alle strette dal Kanun e lo sguardo di frontiera di una ragazza tra Italia e Albania. Ho trovato un romanzo che alterna vicino e lontano con una struttura a doppio fuoco—Lara nel presente, Samir e Uksan negli anni Novanta—e che, quando si affida ai gesti, mi prende per mano senza forzature.
Io resto più coinvolta nelle scene lasciate ai margini: una porta socchiusa, un bicchiere fermo sul tavolo, il silenzio prima dell’azione. In quei momenti sento la tensione morale senza che nessuno me la spieghi; l’idea di onore pesa sulle spalle dei personaggi e la pagina respira. Dove invece il testo si ferma a chiarire il Kanun, io avverto un irrigidimento: capisco l’esigenza di contesto, ma l’energia si fa didascalica e il ritmo ne risente. Preferisco quando la tradizione si legge nei corpi, nei tempi dei dialoghi, nelle esitazioni.
I tre protagonisti mi restano addosso in modo diverso. Samir corre in avanti, con paura e coraggio quasi sovrapposti; Uksan ha una grazia tragica che illumina l’amicizia più della minaccia; Lara è il ponte che tiene insieme le linee, eppure a tratti la sento più cornice che voce, come se il suo percorso interiore si accennasse senza incidere davvero; io avrei voluto incontrarne le crepe, i punti ciechi, il momento in cui lo sguardo vacilla.
La prosa è scarna, nervosa, costruita per inquadrature. Funziona quando la violenza resta fuori campo e arrivano solo le conseguenze. Nei tratti in cui l’autore guida esplicitamente, io perdo un po’ l’ambiguità che cerco; ma basta un dialogo tra i due ragazzi, un rientro a casa al tramonto, perché la scrittura ritrovi precisione e musica. Sullo sfondo, la diaspora: attraverso Lara sento cosa significa tornare in un luogo che è tuo e non è più tuo— fotografie appese, strade riconosciute con un pugno allo stomaco. Sono pagine che mi convincono.
Non mi ha completamente convinta, no. Riconosco meriti chiari —la tenuta dei personaggi, alcune immagini nette, la fermezza etica— e inciampi di tono, soprattutto nelle spiegazioni. Se cercate una narrazione tesa sul prezzo dei codici ereditati, con momenti di autentica intensità e qualche discontinuità, qui troverete materia. Io mi porto via l’amicizia come argine al risentimento e il desiderio di leggere Meta quando si affida di più al non detto: lì, per me, sta la sua forza più luminosa.
Recensione di Karin Zaghi


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