L’ANNO DEL PENSIERO MAGICO, di Joan Didon (Il Saggiatore)

Ho letto un libro che parla del lutto e della perdita: “L’anno del pensiero magico” di Joan Didion.
L’ho trovato straziante, crudo, realistico (è autobiografico) e profondamente lucido perché esplora il dolore in seguito alla morte improvvisa del marito, lo scrittore John Gregory Dunne, e la contemporanea grave malattia della figlia adottiva Quintana sposata solo da 5 mesi.
Il libro si apre con la frase “La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante.” Segue un resoconto intimo e dettagliato di come la vita di Joan sia stata irrevocabilmente sconvolta la sera del 30 dicembre 2003, quando il marito, John, muore improvvisamente per un attacco cardiaco mentre cena. Nello stesso periodo, la loro unica figlia, Quintana, è gravemente malata e ricoverata in terapia intensiva in un ospedale di New York dal quale i genitori sono appena rientrati dopo averle fatto visita. Joan e John sono sposati da tanti anni e hanno sempre vissuto assieme ogni giorno per 24 ore al giorno scrivendo i loro libri in casa, scambiandosi commenti, pareri, idee, correzioni su ciò che stavano scrivendo e viaggiando insieme in tutto il mondo.
Il titolo, “L’anno del pensiero magico”, fa riferimento al fenomeno psicologico in cui una persona che ha appena vissuto una grave perita si aggrappa a credenze irrazionali o superstizioni, sperando di poter in qualche modo tornare indietro e invertire il ciclo degli eventi; spesso questo fenomeno dura circa un anno al termine del quale sembra che la mente trovi uno spiraglio, una via di uscita dalla cappa di dolore. Didion descrive la sua tendenza a credere che, se avesse conservato le scarpe del marito o avesse rivissuto determinate conversazioni, John potesse in qualche modo tornare. Descrive il suo pensiero costante che la porta a desiderare di comunicare con John per ogni piccola cosa che le succede, per ogni esperienza che vive, per ogni idea che le passa per la mente.
Attraverso una prosa asciutta, precisa e priva di sentimentalismo, Didion esplora la confusione, il dolore fisico e mentale, la perdita di controllo e la necessità di capire cosa sia successo. Si immerge in ricerche mediche, analizza ogni dettaglio degli eventi vissuti prima della morte del marito e riflette sulla natura della memoria, del matrimonio e dell’identità che si sgretola con la perdita di una persona cara. Il libro è una testimonianza del tentativo di dare un senso a ciò che non ha senso di fronte a un dolore insopportabile, immeritato, infinito e ingiustificabile.
Il libro è considerato un classico moderno della letteratura sul lutto. La grandezza di Didion risiede, secondo me, nella sua capacità di affrontare il dolore più profondo con lucidità e con razionalità, cercando di non cadere nell’autocommiserazione. Ciò che rende il libro così intenso è l’universalità del tema che affronta: sebbene Didion stia raccontando un’esperienza personale, la sua analisi del lutto, della sua irrazionalità e delle sue conseguenze nella vita psichica di chi resta, risuona in chiunque abbia sperimentato una perdita significativa. Il “pensiero magico” diventa, allora, la metafora della disperazione umana di fronte all’irreversibilità della morte.
La scrittrice cerca di comunicare il suo lutto da una distanza emotiva che le permette di esplorare il dolore con una profondità e una chiarezza che sarebbero impossibili se fosse travolta dall’emozione. È un libro che non offre facili risposte o consolazioni, ma piuttosto un’analisi onesta e razionale del labirinto del dolore.
Didion è stata esponente con Tom Wolfe e Truman Capote del Nuovo Giornalismo degli anni ’60 e ’70, ma anche sceneggiatrice per Hollywood e romanziera, morirà nel 2021, per conseguenze del Parkinson nella sua casa di Manhattan a 87 anni. La figlia Quintana, invece morirà nel 2007.
Recensione di Chiara Savorgnan


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