LA TERRA D’INVERNO, di Andrew Miller (NN Editoore – settembre 2025)

Nel 1962 l’Inghilterra rimase paralizzata nella morsa di un gelo inusitato. Sullo sfondo di una campagna cristallizzata dal freddo si dipanano le storie di due coppie, entrambe colte in un momento di particolare solitudine e reciproca incomprensione e i cui destini si intrecceranno. Mentre si legge si ha la sensazione di stare fuori da una finestra, mentre si osserva un ritratto, autentico e spiazzante, di vita domestica. Ecco cosa colpisce in questo romanzo dal tono rarefatto e misterioso, la verità di ogni personaggio, ognuno nato dalla immaginazione dello scrittore e dotato di una forza che viene appunto, dalla verità con le sue attese, i desideri, il condizionamento fortissimo delle radici familiari, il volere una cosa ma sentendosi costantemente impossibilitati a perseguirla davvero fino in fondo.
Sullo sfondo una Inghilterra attraversata da slanci modernisti, aneliti di ribellione, conflitti fra padri e figli. Ma anche il pesante lascito della guerra che con la sua zampata condiziona ancora le vite di tanti. Sembra un romanzo statico e lento e invece dentro vibra la complessità dell’animo umano, la irriducibilità della coscienza a una spiegazione univoca. Il caos è vicinissimo a noi, la casa che guardiamo dalla finestra è un compromesso, è un fugace sollievo contro la furia del mondo e della storia. E sembra proprio dirci questo la penna viva, pulsante e profonda di Miller, cioè che la letteratura è un piccolo passaggio attraverso cui guardiamo le vite altrui e le nostre, come fosse una tregua e una sospensione dall’affanno della vita.
Il quadrilatero perfetto e la geometria delle passioni che anima i quattro personaggi è uno sguardo sul futuro e sul passato. Mi ha molto colpito infatti la scena in cui le due amiche, entrambe incinte, si affacciano sulla camera dei bambini che in quel momento sono ancora un puntolino nelle loro pance e la stanza è del tutto spoglia. Ma Miller, con una acutezza che lascia senza fiato, dice che le due era come se si fossero affacciate sul loro domani e sul futuro dei loro bambini. Noi non sappiamo nulla di cosa succederà loro, perché un sapiente narratore dosa le informazioni con il contagocce, eppure noi siamo lì con loro, con quello sguardo carico di meraviglia e terrore per l’incertezza degli eventi. Raramente un romanzo sa comunicare con tale intensità la percezione che la vita è nel cambiamento e che anche quando stiamo vivendo il momento presente siamo già proiettati verso il futuro.
Il romanzo vive più nel non detto, in quello che il lettore deve rinegoziare e cucire per capire i personaggi e la loro volatilità che in quello che viene esplicitato. Irene, una delle due, sembra schiacciata dal suo ruolo di moglie perfetta, incapace tuttavia di vedere l’insoddisfazione del marito, Rita è viva, brillante, audace ma “sente le voci” ed è a un passo dall’autodistruzione. Il marito Bill vive il sogno di trasformare la sua rabbia verso il ricco padre nel sogno di gestire una fattoria. Ma la fatica è enorme. Su tutto campeggia, maestosa, una natura che reclama a sé tutto lo spazio.
Una natura che si insinua nelle vite, le rende complicate e le rallenta nella morsa di una gelata che sa di glaciazione. Miller sa il fatto suo e ci regala un romanzo che ha in sé tutto, una prosa forte, capace di far vivere i personaggi in ambientazioni che sono dei veri quadri. Le metafore e i paragoni sono dei veri e propri corti circuiti che ti costringono a riflettere su quanto nulla sia veramente scontato e come la storia, veramente, “siamo noi”.
Recensione di Marianna Guida


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