LA RAGAZZA INTERROTTA, di Susanna Kaysen (TEA)

“Non ero pazza. Ero solo disperata. E c’è una differenza.” — Susanna Kaysen
Avevo diciassette anni. O forse diciotto. Un’età che non è più bambina e non è ancora adulta, in cui il mondo ti guarda con aspettative che non sai come soddisfare, mentre dentro di te tutto è confuso, liquido, in bilico.
Leggere “La ragazza interrotta” è stato come tornare lì, in quel punto esatto dove la mia identità si era incrinata, dove il silenzio faceva più rumore delle parole, dove il dolore non aveva ancora un nome ma già scavava. Mi ha fatto fare un viaggio nel tempo, riportandomi a quando ero una goffa adolescente, impacciata nei gesti, nei pensieri, nelle emozioni, eppure già piena di domande che nessuno sembrava voler ascoltare.
Susanna non era solo una ragazza ricoverata in una clinica psichiatrica. Era me, era tutte noi che abbiamo vissuto quel passaggio come una frattura, come un’interruzione. Il suo libro non è un racconto lineare, ma un diario frammentato, disordinato, spezzato come la sua mente, come il suo cervello che cercava di afferrare il senso delle cose mentre tutto le sfuggiva.
Ogni pagina è un pensiero che si accende e si spegne, un ricordo che emerge dal fondo, una domanda che non trova risposta. E in quel caos, io mi sono riconosciuta.
Mi è piaciuto profondamente, perché è sincero. Non cerca di abbellire il dolore, non lo maschera con metafore rassicuranti, non lo trasforma in qualcosa di vendibile. È reale, crudo, vero. E questa verità, che spesso manca nei racconti dell’adolescenza, è ciò che lo rende potente. È un libro che non ha paura di mostrarsi vulnerabile, che non teme di essere scomodo, che non cerca di insegnare, ma semplicemente di raccontare. E nel suo racconto, io ho trovato una parte di me che pensavo perduta.
Non è solo la storia di una malattia. È il racconto del male di vivere, di quel disagio sottile e profondo che ti prende quando non sai chi sei, quando ti senti fuori posto, quando il mondo ti sembra troppo veloce e tu troppo fragile per stargli dietro. È la voce di chi ha cercato di sparire, ma ha finito per ritrovarsi. È la voce di chi ha avuto paura di essere vista, ma ha desiderato disperatamente di essere capita.
Il libro è ambientato negli Stati Uniti, alla fine degli anni Sessanta, in un’epoca di rivoluzioni culturali e sociali, ma anche di repressioni silenziose. Eppure quel contesto, per quanto storicamente definito, è solo una cornice. Perché il malessere che racconta è senza tempo. Lo vediamo anche oggi, in quanti adolescenti — e non solo — non riescono a reggere il peso delle aspettative, della confusione, della solitudine. Il disagio mentale non ha epoca, non ha moda, non ha confini. È una voce che continua a parlare, anche se spesso nessuno vuole ascoltarla.
Dal romanzo è nato il film “Ragazze interrotte”, che riesce a tradurre in immagini quel senso di sospensione, di smarrimento, di lotta interiore. Angelina Jolie è magnetica, feroce, indomabile. Lisa è la ribellione, il caos, la verità che brucia. Winona Ryder è l’ombra, il dubbio, la ricerca silenziosa. Insieme incarnano le due anime dell’adolescenza: quella che distrugge e quella che sopravvive, quella che urla e quella che tace.
E poi c’è quel quadro, “La ragazza interrotta dalla musica” di Vermeer. Una giovane donna, colta in un momento di pausa, come se la vita l’avesse fermata a metà nota. È l’immagine perfetta di ciò che siamo stati: interrotti, sospesi, in attesa di riprendere la melodia. E forse anche oggi, da adulti, siamo ancora lì, in quel punto, solo che abbiamo imparato a nasconderlo meglio.
Leggere questo libro da adulti può essere un viaggio rischioso. Può riaprire ferite che pensavamo chiuse, risvegliare emozioni che avevamo sepolto sotto la razionalità. Può farci sentire vulnerabili, esposti, nudi. Ma può anche essere un atto di riconciliazione, un modo per ritrovare quella parte di noi che avevamo dimenticato, per guardarla con tenerezza, per dirle che ce l’ha fatta. Perché in fondo, anche se ci siamo spezzati, siamo ancora qui.
Ed è proprio per questo che “La ragazza interrotta” dovrebbe essere letta anche da chi ha superato quell’età, da chi ha dimenticato cosa significa essere in transizione, da chi guarda i giovani con distacco o incomprensione. Perché solo entrando in quel caos, solo ascoltando quelle voci spezzate, possiamo davvero capire cosa significa crescere oggi. E forse, solo così, possiamo imparare a stare accanto a chi sta attraversando quel passaggio, senza giudicare, senza etichettare, ma semplicemente restando.
L’identità non è una linea retta, ma una curva piena di deviazioni, di inciampi, di interruzioni. E anche quando ci sentiamo persi, possiamo ritrovarci.
“Alcune persone diventano più forti nei luoghi dove sono state spezzate.” Ernest Hemingway
Recensione di Patrizia Zara
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LA RAGAZZA INTERROTTA Susanna Kaysen


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