La narrativa gialla vista dalla parte di chi indaga L’Ispettore Gunnar Barbarotti

La narrativa gialla vista dalla parte di chi indaga L’Ispettore Gunnar Barbarotti (Håkan Nesser)

 

Puntata n. 116

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L’ispettore Gunnar Barbarotti

 

Gunnar Barbarotti è un ispettore di polizia svedese con radici italiane: suo padre era emigrato in Svezia, e il cognome Barbarotti è un’eredità che lo distingue nel paesaggio nordico. Questa origine lo rende spesso oggetto di curiosità o stereotipi, ma lui la vive con disincanto e ironia, senza mai farne un vessillo identitario. Non parla italiano, non ha legami con l’Italia, ma il suo nome è sufficiente a renderlo “altro” rispetto ai suoi colleghi Barbarotti è un uomo intelligente, riflessivo, e profondamente umano.

Non è un eroe d’azione, né un genio solitario: è un investigatore che lavora con metodo, ma che non disdegna l’intuizione, il dubbio, e persino il caso. Ha una vena ironica che lo accompagna anche nei momenti più cupi, e una capacità di osservazione che si nutre di silenzi, gesti, e contraddizioni. Non è un poliziotto infallibile, ma è tenace e curioso, e soprattutto è capace di mettere in discussione se stesso. Questo lo rende un personaggio realistico, lontano dagli stereotipi del detective infallibile o tormentato. Uno degli aspetti più originali del personaggio è il suo dialogo interiore con Dio.

Barbarotti non è religioso nel senso canonico: non frequenta la chiesa, non recita preghiere, non si affida alla fede. Ma ha instaurato una sorta di patto personale con Dio, un dialogo privato e ironico in cui chiede “segni” per orientarsi nei casi e nella vita. Questi dialoghi sono spesso intimi, sarcastici, e profondamente filosofici. Barbarotti non cerca miracoli, ma piccoli segnali che lo aiutino a capire se sta seguendo la strada giusta. È come se Dio fosse il suo interlocutore invisibile, un compagno di pensiero più che di fede. Esempio tipico: dopo aver formulato un’ipotesi investigativa, Barbarotti potrebbe dire mentalmente “Se è giusta, fammi trovare una conferma entro domani”. E se la conferma arriva, non è tanto un miracolo quanto un modo per dare senso al caos.

Nel corso dei romanzi, Barbarotti affronta dolori personali, lutti, amori, e cambiamenti. La sua relazione con Marianne, collega e compagna, è centrale in alcuni volumi, e mostra il lato più vulnerabile e affettuoso del personaggio. Il lutto per la perdita di Marianne lo segna profondamente, e lo porta a ritirarsi temporaneamente dal lavoro, a riflettere sul senso della vita, e a intensificare il suo dialogo con Dio. Ma anche in questi momenti, Nesser lo dipinge con sobrietà e dignità, evitando il melodramma. Uscendo dal periodo meditativo, si affianca ad un’altra collega Eva Backmann e con lei si riappropria della vita. Barbarotti è, in fondo, un detective esistenziale.

I suoi casi non sono solo enigmi da risolvere, ma occasioni per interrogarsi sul bene, sul male, sulla giustizia, e sul senso dell’agire umano. Il crimine è lo specchio di una società imperfetta, e lui lo osserva con lucidità, ma anche con compassione.

 

Di Paolo Pizzimenti

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