La narrativa gialla vista dalla parte di chi indaga: Il commissario Nicola Aldani (Michele Catozzi)
Puntata n. 126
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Il Commissario Aldani
Una delle peculiarità che un lettore nota riguardo al commissario Aldani è che si hanno pochissimi indizi sul suo aspetto fisico: è oltre i quaranta e un poco sovrappeso, difatti la moglie Anna cerca spesso, ma inutilmente, di monitorare i suoi pasti fuori casa, cioè quasi sempre.
Oltretutto lui è goloso, si ferma spesso da Nane o in rosticceria per mangiare prelibatezze quasi sempre a a base di pesce, ricette locali accompagnate da polenta abbrustolita rigorosamente bianca.
Nemmeno della moglie sappiamo molto; in realtà la conosciamo solo attraverso le telefonate che le fa il marito soprattutto la sera ( Non ce la faccio a rientrare/ E’ tardi, resto a dormire qui/ Se ritorno, farò molto tardi/ Come stanno i bambini? ). E lei accetta perché capisce che, per lui, il lavoro significa tutto.
Aldani ha anche tre figli, ancora piuttosto piccoli, ma li vede poco, il lavoro lo impegna moltissimo.
Il commissario e la moglie hanno acquistato a Mestre un appartamento più spazioso e più adeguato alle esigenze della famiglia, ma Aldani è innamorato di Venezia e, dopo qualche tentennamento, ha deciso di tenerne anche uno nella città lagunare e lì si rifugia appena può, prediligendo sostare sull’altana, da cui può godere della vista mozzafiato della intera città.
Il suo amore per Venezia è tale che lui rifiuterà anche una promozione, che però lo porterebbe sulla terraferma (e lui è uomo di mare) e lo condannerebbe al lavoro d’ufficio; Aldani, invece, ama agire, muoversi, sfrecciare per i canali a bordo del Toni, abilmente guidato dall’agente Vitiello, romano trasferito a Venezia e perfettamente a suo agio tra gondole, sepoline, calli e canali.
Non è uomo da scartoffie, il commissario, le detesta e , quando può, lascia l’incarico di scrivere i rapporti a qualche suo agente.
E’ umano, Aldani. Vuole bene alla sua squadra e teme per i suoi ragazzi, se c’è qualche pericolo in agguato. Non è crudele nemmeno con i colpevoli, anche se vuole assicurarli alla giustizia.
Ed è tenace, capace di riaprire vecchi casi se pensa che non sia stato fatto di tutto per risolverli. E , se può, evita le pastoie burocratiche con azioni che il questore o il sostituto non approverebbero ma, con l’appoggio della sua squadra, il commissario accorcia i tempi per arrivare alla verità.
E ci arriva, anche se quasi sempre la scoperta del colpevole lascia con l’amaro in bocca perché svela l’ampiezza della malvagità umana, la miseria dei motivi che hanno condotto qualcuno a uccidere qualcun altro e perché nessuna soluzione può restituire la vita a chi la ha perduta.
Aldani non è superman, si muove seguendo logica, intuito ed empatia, non è il poliziotto che ha sempre un’arma in mano, non ricorre alla violenza, e a volte è proprio stanco, stanco delle bugie, dei futili motivi , delle morti insensate, della cattiveria e della crudeltà.
Allora il commissario si rifugia sulla sua altana e da lì contempla la bellezza di Venezia illuminata dal sole al tramonto oppure ammantata da una magica foschia e, per un poco, dimentica il dolore.
Di Mirna Juras


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