La narrativa gialla vista dalla parte di chi indaga: il Commissario Marco Manente (Paolo Forcellini)
Puntata n. 140
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Come si conviene agli investigatori dei thriller hard-boiled, il commissario Marco Manente fuma più di una ciminiera industriale, è un donnaiolo incorreggibile e ama un po’ troppo l’alcool. Però non frequenta il whisky, alla stregua dei personaggi di Dashiell Hammet o Raymond Chandler, si parva licet, e gli piace invece trincare vino del triveneto. Con gli indiziati ha modi a dir poco spicci, per non dire brutali. Ma Manente è soprattutto un veneziano a 24 carati. Ama follemente la città lagunare che gli ha dato i natali, i suoi angoli più “sconti” (nascosti), le storie e le leggende che la riguardano e in cui ci s’imbatte in ogni calle, campiello e dimora storica. Nella sua parlata il commissario ama intercalare quel po’ che resta fra i suoi concittadini della lingua di uno degli Stati più longevi di sempre.
Manente è un incorruttibile, non tanto perché disdegni i quattrini e conduca vita monastica, tutt’altro, ma perché è ricco di famiglia: il padre Stae, ormai anziano ma ancora in attività, è un penalista di prima grandezza. Altrettanto grandi sono le sue parcelle. L’avvocato sognava di affiggere alla porta del suo immenso studio anche una targa col nome del figlio ma Marco lo ha brutalmente disilluso: “Caro papà, a te piace salvare i delinquenti dalla galera, a me ficcarceli dentro: le nostre vocazioni sono inconciliabili”. Così, invece di abitare in un palazzo sul Canal Grande il commissario ha preso casa alla Giudecca, un tempo la zona più economica di Venezia.
Qualcuno potrebbe chiedersi se il protagonista di questa serie gialla è il poliziotto o la Serenissima. Interrogativo mal posto: la sagacia di Manente ma pure i suoi difetti sono alimentati dalla conoscenza profonda e dall’immersione nell’ambiente in cui opera. Ha risolto un enigma complicato perché sapeva che un piatto tipico e ormai dimenticato arrivava nelle tavole veneziane in un determinato giorno (”Feste di sangue”, Cairo ed.). Oppure si è reso conto che il delinquente di cui è a caccia sta imitando un serial killer locale di secoli orsono, ormai dimenticato da tutti (ma non da Manente), come in “La laguna delle nebbie” (Cairo ed.). Evita che tremende catastrofi si abbattano sulla sua città, ad esempio in “Acqua alla gola” (Castelvecchi ed.), perché conosce a menadito le fragilità della Serenissima e ha pure una mentalità leggermente criminale. Manente conosce le piazze di spaccio della “neve” (“A Venezia la neve uccide”, Castelvecchi ed.) ma pure i segreti dei giardini nascosti della città lagunare e dei suoi più importanti palazzi.
Il commissario è legato ad una fascinosa “morosa”, Nives, di origini indiane, ma non è un adepto della fedeltà. E il suo fisico lo aiuta nelle conquiste. E’ circondato da un manipolo di collaboratori che lo ammirano e temono le sue sfuriate che spesso meritano. Il braccio destro è il sovrintendente capo Gennaro Santamaria, di Sorrento, ventre prominente, baffi e capelli neri, forse tinti. Obbediente, religioso, Santamaria disapprova i metodi bruschi del capo di cui è l’immagine speculare. Spiccano fra gli uomini di Manente anche “il più grande poliziotto di Venezia”, ovvero il gigantesco Barnaba Stramasso, l’ispettore Baldo Favero della Scientifica, detto Pozzodiscienza, alcune poliziotte al cui fascino il commissario fatica a resistere, come Luciana Sambo, detta Ultimo Sambo, e Patrizia Toffolo. Fuori dal commissariato di San Marco il peggior nemico di Manente è il questore Santo Impellizzeri, detto la Volpe, un ragusano con simpatie di estrema destra. Il miglior amico è invece il medico legale Alvise Dal Lago, gran bevitore che per mimetizzare il suo vizietto succhia sempre Golia Activ Extra Forte.
La Redazione


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