LA MACINA DELLA RISACCA, di Andrea Molesini (Sellerio – giugno 2026)
In questo suo ultimo romanzo, Andrea Molesini omaggia il padre Aurelio, facendo raccontare dalla voce stessa del genitore i suoi ricordi di guerra, in particolare la fuga verso Venezia dopo l’8 settembre 1943. Siamo nell’anno 1975, Andrea ha solo 20 anni ed è uno studente universitario. La madre è ricoverata in una clinica a causa di una forte depressione, il padre è malato, ed è proprio dall’ospedale del Mare del Lido di Venezia, dove Andrea lo va a trovare tutti i giorni, che condivide con il figlio i propri ricordi.
“Mio padre (…) era burbero, distante, autoritario, (…). Si chiamava Aurelio, ma tutti lo chiamavano Rolli. Era nato a San Daniele del Friuli nel 1907 in una famiglia di modeste condizioni. Mio nonno Luigi, suo padre, era un giovane capitano dei carabinieri del re quando morì da qualche parte sul fronte dell’Isonzo, nel 1915. (…)
Laureato al Politecnico di Genova in Ingegneria navale e meccanica nel 1931, aveva trascorso la giovinezza imbarcato sull’Ammiraglia Vittorio Veneto, frequentato i salotti e i bordelli dei porti di cinque continenti, e aveva fatto la guerra nel genio della Regia Marina Militare. Come molti italiani del suo tempo, era uomo di solida anche se non eccellente cultura umanistica. Io avevo appena compiuto vent’anni – era il 1975 e studiavo Lettere e Filosofia all’Università di Padova – quando cominciò il calvario del babbo: cancro alla vescica, enfisema polmonare, una progressiva perdita della vista. (…) fece di tutto per farsi ricoverare all’Ospedale al Mare del Lido di Venezia, (…). Andavo a trovarlo spesso, e spesso mi fermavo la notte, anche perché l’assenza di mia madre Elvira si faceva sentire, all’epoca soffriva di una depressione devastante ed era ricoverata in una clinica privata, nascosta tra i boschi delle Dolomiti. (…)
Andrea ama ascoltare le storie di guerra del papà, – il viaggio verso Venezia, gli uomini e le donne in cui si imbatté nel corso della sua fuga … – anche perché il suo sogno è diventare scrittore, narratore di storie. Si diletta già con alcuni racconti che legge al padre degente, e che diventano, all’interno del romanzo, altrettante storie intrecciate a quella di Rolli.
Andrea si interroga sul motivo che spinge il padre a condividere con lui le proprie memorie e arriva alla conclusione che, giunto al termine del proprio cammino, voglia fargli una sorta di regalo particolare.
“Mi piaceva ascoltare i suoi racconti. (…) Non so perché mio padre avesse deciso di raccontarmi quel che passò durante i giorni dell’occupazione tedesca, ma credo che, sentendo che il tempo a lui destinato stava per finire, volesse farmi dono di qualcosa di davvero speciale. (…)”
Al racconto di guerra si alternano continue riflessioni sul senso della scrittura e della Memoria, sulla vita e sulla morte, preceduta spesso dalla vecchiaia e dalla malattia.
“Si scrive contro la morte e l’oblio. (…)
Si racconta perché le persone e i luoghi che amiamo troppo presto si fanno ricordi che sbiadiscono e vanno.”
“Domande taglienti si facevano avanti. (…) Qual è il senso del nostro trascorrere e svanire? (…) Perché l’umiliazione della vecchiaia? La malattia … la morte … A cosa serve il coraggio di fronte all’ineluttabile? (…)”
Ma che cosa resta di chi ha vissuto? Che cosa ciascuno di noi lascia della propria esistenza? Forse i ricordi e la Memoria di ciò che è stato ci permettono di sopravvivere all’oblio? Oppure no?
“Quanto poco resta del nostro passare, due pezzetti di legno intrecciati, e un nome inciso con un coltello. Cose che le piogge, complici della terra feroce, presto si porteranno via. Quante emozioni, pensieri, desideri, paure, speranze attraversano una vita, e non resta che il soffio di un nome presto dimenticato, e un sacchetto di ossa presto confuso alla polvere. (…) per quanto ci industriamo per lasciare un segno, il nostro passare è fatto di niente … (…)”
Dunque, questo bel romanzo, nostalgico e commovente, non è solo il racconto della storia del padre e dell’Italia dopo l’8 settembre, ma contiene anche riflessioni profonde attorno a temi su cui ci si interroga continuamente.
Commuovono anche la descrizione del rapporto tra Andrea e il padre, l’avvicinamento dei due nella malattia di lui, così come la lucidità mentale dell’anziano, che colpisce Andrea in ogni momento del racconto.
“Mi stupii nel constatare la sua lucidità, anche se era ridotto male, e sempre peggio, la sua mente rimaneva una fortezza difesa da un’armata invisibile che le impediva di seguire il declino del corpo. (…)”
Ma alla fine della storia, che cosa resta ad Andrea “deposto il flauto e conclusa la musica”, scomparso il padre, e lasciato da Anna, la dottoressa che gli è stata vicino negli ultimi mesi di vita del genitore?
La risposta è nella scrittura, nella letteratura … perché “scrivere è cosa lieta. Resto in ascolto …”. “Ascolto la macina della risacca mentre, nella poca luce, cerco la tomba di mio padre.”
Recensione di Valentina Ferrari


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