LA LEGGENDA DEI MONTI NAVIGANTI Paolo Rumiz

LA LEGGENDA DEI MONTI NAVIGANTI, di Paolo Rumiz

Nel leggere questo libro mi è balenato in testa un ricordo, una mia breve esplorazione in solitaria – ben 19 anni fa, in una Basilicata che mi si rivelò splendida e sorprendente e quando mi aggirai fra antiche pietre di un paese sperduto, una vecchina che sembrava uscita da “Cristo si è fermato ad Eboli”, mi salutò e mi disse “Ma che ci fai cara, qui, tutta sola ?”.

 

la leggenda de monti naviganti Rumiz

Il viaggio che emerge da queste pagine in effetti ci parla anche di questo, di solitudini – nella doppia valenza, positiva e negativa- delle montagne di casa nostra, dalle Alpi all’Aspromonte. Inerpicandosi per strade montane, valicando in sella ad una bici passi alpini, passando le notti in ospizi, arrampicando o sciando, sconfinando oltre confine, zigzagando su e giù per valli dimenticate, invisibili, accanto a chi scrive, anche noi incontriamo una moltitudine di individui che la montagna la conoscono, la amano , la rispettano e tentano di difenderla.

 

 

Escursionisti, boscaioli, cartografi, poeti e musicisti, forestali, monaci e preti, pastori, apicoltori, scalatori, grandi vecchi, archivio dei luoghi, biblioteche viventi da ascoltare attorno ad un fuoco, davanti ad una grappa, complice la sera, la pioggia, il vento, il silenzio, la solitudine, di nuovo. Non è solo il reportage di un viaggio, partito dal confine dalmato, là dove nasce la catena alpina e conclusosi, un mese dopo, in Calabria, laddove termina la dorsale appenninica.

 

 

E’ un’ode ad un mondo, quello montano, stratificato e ricchissimo, è la narrazione di un’identità profonda, la riscoperta di radici dimenticate di un paese, il nostro, circondato sì dovunque dal mare, ma la cui spina dorsale è costituita da catene montuose. Rumiz così si imbarca in un viaggio di terra e senza barca, ma le metafore e i richiami marini sono costanti, quasi visioni di un sovrapporsi fra onde anomale e colline, fondali marini e rocce dolomitiche, montagne come navi su cui salire, vette come transatlantici su cui salpare per salvarsi dalla modernità più insensata, o isole cui aggrapparsi come gesto di resistenza estrema contro il turismo di massa, gli egoismi campanilistici, gli sfruttamenti e le cementificazioni, gli stereotipati mielosi effetti cartolina che tanto piacciono a politici ed imprenditori.

 

 

Si scende così verso sud lungo valli a lische di pesce, su dorsali che paiono costoloni di balena, si scende nel sottosuolo di tunnell, trafori e grotte, per poi risalire su alpeggi, pascoli ed altopiani, perché è in quota che c’è luce, vita, cultura. Un collage variopinto di storie, di uomini e donne, di luoghi abbandonati, diventati regni di orsi e lupi o di animali mitologici. E’ in questa altra Italia, così preziosamente diversificata che mi viene voglia alla fine di scorrazzare tutta sola.

Roba da prendere seduta stante la mia 500 rossa, e poco importa se non è la Topolino vintage del ’53 di Rumiz, e nemmeno la 600 nuziale del ’63 dei miei genitori fra le Dolomiti come freschi sposini. Prendo cartina e macchina fotografica, inserisco la chiave. Vado.

Recensione di Anna Caramagno

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