LA GABBIA DORATA, di Camilla Läckberg (Feltrinelli)

Non ho mai avuto una particolare affinità con il genere poliziesco, motivo per cui, pur conoscendo la fama stellare di Camilla Läckberg, l’ho sempre tenuta a distanza. Ma la promessa di un romanzo più vicino al thriller psicologico mi ha incuriosita. Volevo dare una possibilità all’autrice, sperando di trovarci quell’introspezione che tanto amo nei meccanismi della mente. Purtroppo, l’esperienza si è rivelata ben più patinata che profonda—una lettura che lascia addosso la sensazione scomoda di un’occasione sprecata.
La storia ruota attorno a Faye, una donna che sembra avere tutto: un marito affascinante e di successo, una figlia adorabile, una vita immersa nel lusso a Stoccolma. Ma dietro la facciata perfetta si nasconde una realtà fatta di sottomissione, rinunce e un passato traumatico che riaffiora quando il marito la tradisce e la abbandona. Da quel momento, Faye si trasforma: dalla disperazione nasce un piano di vendetta freddo e spietato, che la porterà a ribaltare i ruoli e a reclamare il potere perduto.
La protagonista, però, è un personaggio che sfiora la caricatura: disturbata, vendicativa, ossessionata da un passato che la spinge a scelte estreme e spesso grottesche. La sua parabola, che avrebbe potuto essere un racconto di rinascita e forza, si trasforma in una spirale di distruzione e squilibrio emotivo. Più che una donna forte, Faye appare come una figura instabile, incapace di empatia e guidata da impulsi che rasentano il patologico.
A rendere il tutto ancor più fragile è la mancanza di vero spessore psicologico nei personaggi, un’assenza che diventa particolarmente grave quando si scelgono di trattare temi cruciali come la manipolazione affettiva, la violenza domestica, il controllo psicologico e il riscatto femminile. Qui, invece, è tutto abbozzato, a tratti banalizzato: le dinamiche emotive restano superficiali, le motivazioni appena accennate e mai davvero esplorate. Si preferisce scioccare, piuttosto che indagare. Il risultato è una narrazione priva di profondità, che lascia la sensazione di un’occasione mancata.
Il romanzo è un tripudio di eccessi: sesso gratuito, lusso ostentato, situazioni inverosimili e una violenza che sembra fine a se stessa. La scrittura si affida a cliché e colpi di scena forzati, perdendo per strada ogni tensione autentica. Se l’intento era quello di scuotere, il risultato è più fastidio che turbamento.
Sotto la superficie dorata, resta solo la ruggine. E un senso di delusione per ciò che avrebbe potuto essere un romanzo potente, ma che si è perso nel rumore delle sue stesse esagerazioni.
Tra borsette, champagne e orgasmi, la trama resta in coda… forse bloccata nel traffico narrativo.
Recensione di Patrizia Zara


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