LA FINE DELLA FRONTIERA Daniele Pasquini

LA FINE DELLA FRONTIERA, di Daniele Pasquini (NN Editore – marzo 2026)

Sono passati due anni dalla magnifica impresa di Daniele Pasquini, che in “Selvaggio Ovest” aveva preso la frontiera americana, con il suo carico di storie e il suo immaginario, lo aveva impacchettato e lo aveva portato di qua dall’Oceano. All’indomani dell’Unità d’Italia, in quel sorprendente romanzo le vicende del circo di Buffalo Bill si intrecciavano con quelle di butteri maremmani, briganti, lazzaroni, soldati, ufficiali.

Oggi Daniele Pasquini torna ad esplorare lo spirito dell’Ovest, invertendo la rotta della traversata transoceanica. Nel romanzo “La fine della frontiera” appena pubblicato (sempre da NNE), sono i fermenti, gli aneliti, i palpiti di una Italia che nasce ad essere proiettati sul grande schermo delle sterminate pianure del West americano.

«Dante sapeva che certe volte, scampato il freddo, il vento o l’arsura, in quelle terre la miseria faceva spazio a una speciale grazia; quasi una benedizione che colava dal pietrisco, e dal sottobosco giungeva fino alle porte delle case. Richiamava le donne alle finestre, e gli uomini alzavano il cappello, e anche se nessuno sapeva cos’era somigliava a qualcosa di bello, dando la sensazione che il problema non era mai la terra, ma il modo che si aveva per abitarla».

Siamo dunque testimoni oculari di questa grazia (la “chàris” degli antichi greci, ovvero la pienezza di un gesto e la felicità di essere presenti, una sensazione che – scrive Matteo Nucci – si “sporge sul versante del divino”); siamo partecipi di questo soffio che da Est spinge sempre più verso Ovest, nella epica ricerca di significati sempre nuovi al senso di “limes”, di confine.

Con ammirevole abilità Daniele Pasquini riesce a coinvolgerci nella disfatta di Little Bighorn, posizionandosi con disinvoltura sul “crinale” che domina la vallata (come già Michael Punke nel poderoso romanzo intitolato, appunto, “Il crinale“) e posando il suo sguardo di narratore, proprio come Punke, alternativamente tra le fila dell’esercito americano – guidate dalla cieca follia del Generale Custer – e quelle delle tribù indiane, per la prima volta unite a far fronte comune all’assalto nemico.

In esergo al monumentale Lonesome Dove, il primo capitolo della magistrale tetralogia narrata da Larry McMurtry, leggiamo una citazione di Thomas Whipple: «tutta l’America si trova in fondo ad una strada selvaggia, e il nostro passato non è morto ma vive ancora in noi. I nostri avi avevano la civiltà dentro; fuori, la natura selvaggia. Noi viviamo nella civiltà che loro hanno creato, ma in cuor nostro quel mondo selvaggio perdura. Viviamo ciò che sognarono e ciò che loro vissero noi lo sogniamo».

È proprio questo continuo richiamo a ideali sepolti o dissolti in un sogno, questo contorno sfumato da luce al tramonto, questa sensazione crepuscolare da fine di un’epoca (l’arrivo del treno, proprio come in McMurtry e in molta letteratura western simboleggia il progresso che irrompe, soppianta i carri e spazza via ogni tentativo di resistere alla modernità); è questo sistema di forze in lotta fra loro a fare di “La fine della frontiera” un piccolo gioiello, una lettura appassionante e una ennesima, convincente dimostrazione di quanto nobile, ricco, variegato e attuale sia il tessuto di storie e di valori che fa da serbatoio alla letteratura western.

Daniele Pasquini

“La fine della frontiera”

NN Editore.

Recensione di Valerio Scarcia

SELVAGGIO OVEST Daniele Pasquini

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