LA FATTORIA DELLE MAGRE CONSOLAZIONI Stella Gibbons

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LA FATTORIA DELLE MAGRE CONSOLAZIONI, di Stella Gibbons

La mia professoressa d’inglese, nell’ultimo anno di liceo, mi diceva sempre che per parlare bene la lingua anglosassone bisognava che io pensassi in inglese.
Ecco come bisogna approcciarsi alla lettura del libro di Stella Gibbons.
Soltanto se si vestono i panni dell’inglesissima  protagonista, Flora Poste, i lettori possono cogliere il raffinato divertimento nei vari passaggi.

 

La fattoria delle magre consolazioni
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Del resto sappiamo tutti che l’humor inglese è famoso proprio perché di difficile interpretazione soprattutto per gente mediterranea abituata a gesticolare e a esternare le proprie emozioni.

Detto ciò il romanzo de quo, visto in questa prospettiva, risulta delizioso, raffinato ed eccessivamente gotico.
I protagonisti tutti, dalla noblesse –  Flora, educata in modo eccellente, Mrs Smiling, fanatica collezionista di reggiseni,  Mr Cymice, l’intellettualoide, Charles…- alla moltitudine dei grezzi e primitivi personaggi, dall’indole selvaggia e dalla voce strascicata, che popolano la decadente fattoria, sono a dir poco bizzarri. Fra tutti zia Ada Funesta, la vecchia matriarca fuori di testa, reclusa da vent’anni nella sua stanza perché ha visto ” qualcosa di orribile nella legnaia”, è l’apice dell’inverosimile.

E a tal proposito questo bislacco personaggio mi ha riportato in mente Miss Havisham, la ricca signora di mezza età, mentalmente instabile a causa di un trauma subito, che vive nella sua lussuosa dimora in rovina con la figlia adottiva, Estella, personaggio letterario del romanzo “Grandi speranze” di Charles Dickens (anche lui, scrittore inglese).
Ma ritorniamo alla fattoria.
Anche gli animali che popolano la desolante masseria sono tutti un programma a partire dai nomi che rispecchiamo lo stato delle cose: Rozza, Senza scopo, Inetta e Superflua, le mucche, Grande Affare, il toro relegato al buio nella stalla.
La trama di per sé non è un granché, una favoletta, Flora si prefigge l’obiettivo di ripulire i selvaggi parenti, abitanti della sgangherata tenuta, riportandoli alla ordinaria normalità (“Sette Spose per Sette Fratelli” ?  Film del 1954 di Stanley Donen), ma la descrizione dei paesaggi, della natura e dei sentimenti, risulta originale e si propone dissacrante nell’eliminare ogni forma di testimonianza di lotte spirituali sullo sfondo degli scenari selvatici della brughiera, delle paludi e delle montagne, sfondo tanto caro ai letterati dell’epoca.

 

Una parodia ai grandi classici vittoriani.
Nondimeno la lettura risulta piacevole e non vi nascondo  che, per quanto l’autrice abbia voluto distruggere ogni forma di leggiadra poesia, io ho trovato alcune atmosfere di estrema bellezza.
Un consiglio.

Non vi scoraggiate se nella comprensione dei dialoghi vi potreste trovare, a me è successo, in un cul-de-sac, la traduzione  in italiano penalizza, a mio avviso, alcune espressioni e modi di dire esclusivamente anglosassoni e  per tale motivo intraducibili. Andate avanti e vi assicuro che trascorrerete qualche ora di divertimento senza troppo lambiccarvi il cervello, con elucubrazioni mistiche, e il cuore, con struggenti storie d’amore.

“C’era qualcosa di simbolico nella sua solitudine. Lei era il centro, la matrice, il punto focale della casa…ed era, come tutti i centri, completamente sola. Non si è mai sentito dire che una cosa abbia due centri, non è vero? Eppure le onde vaganti dei desideri, delle passioni, delle gelosie, delle bramosie che pulsavano attraverso la casa convergevano, come una ragnatela, verso il centro della solitudine. Sentiva di essere soltanto un centro…e interamente, irrevocabilmente sola”

Recensione di Patrizia Zara

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