LA FABBRICA E I CILIEGI, di Tommaso Giagni (Einaudi – agosto 2025)

Come già fra le pagine del suo esordio “L’estraneo“, ritrovo oggi nel nuovo romanzo di Tommaso Giagni “La fabbrica dei ciliegi” quel senso di smarrimento, di spaesamento, derivati da uno sradicamento.
È su quella sottile linea di demarcazione, quel confine quasi invisibile fra il qui e l’altrove, che secondo me risiede la forza del romanzo.
Quasi invisibile perché intimo, interiore; una linea curva che si flette, da una parte o dall’altra, a seconda di ogni propensione al restare o all’andare, al fidarsi o al diffidare, all’aprirsi o meno al prossimo.
Una linea di demarcazione fra due estremi, i due poli su cui «si gioca e si perde la partita di ogni esistenza» , leggevo tempo fa: il non essere più, il non essere ancora.
Accade dunque che la ricerca di una verità che getti luce sul passato diventi occasione per illuminare il presente, lasciando intravedere per il futuro uno spiraglio di luce: la promessa di un seme, la premessa di un germoglio, l’alba di una nuova fioritura.
Tommaso Giagni
“La fabbrica e i ciliegi”
Ponte alle Grazie.
Recensione di Valerio Scarcia


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