LA COLLINA DEI CONIGLI Richard Adams

LA COLLINA DEI CONIGLI, di Richard Adams (BUR)

 

Recensione La collina dei conigli di Richard Adams UnLibro

 

Scrivo questa recensione perché nei giorni scorsi mi è capitato di leggere un intervento di un lettore su questo romanzo e mi è venuta voglia di proporvi una mia chiave di lettura, personale e meditata, come quando una storia che credevamo già nota torna a bussare e chiede di essere riguardata da un’angolatura diversa.

Nel 1972 Richard Adams pubblica un romanzo nato come racconto domestico, narrato alle figlie a voce, e in seguito trasformato in romanzo. Questa origine si sente: c’è una chiarezza di passo, un andare avanti che sembra naturale, come se la storia sapesse dove deve arrivare. Eppure, sotto quella scorrevolezza, c’è una costruzione ampia, da epica. L’inizio non indugia: un gruppo di conigli capisce che il proprio luogo sta per diventare invivibile, e da quel capire nasce la decisione più difficile, quella che spezza l’abitudine e obbliga a immaginare un altrove.

Noi lo leggiamo spesso pensando di entrare in una favola. Invece entriamo in una storia di fondazione. C’è il viaggio, certo, con i pericoli e gli incontri che lo cambiano. C’è la necessità di fidarsi e, insieme, di restare vigili. C’è la fatica di restare un gruppo quando ogni spinta naturale porterebbe a salvarsi da soli. Ed è qui che il romanzo comincia a dirci la sua verità più netta: la libertà, per una comunità fragile, non coincide con un’emozione. Somiglia a una pratica quotidiana, fatta di scelte, di responsabilità, di ascolto, di regole che nascono per proteggere e che possono, se deformate, diventare controllo.

La sua unicità sta nella fedeltà ai conigli. Adams non li usa come maschera comoda per parlare degli esseri umani. Li lascia con la loro percezione del mondo, con la paura che è corpo prima che pensiero, con l’attenzione ai segnali minimi, con l’intelligenza che nasce dall’urgenza. E nello stesso tempo costruisce una cultura: storie tramandate, figure mitiche, un lessico che stringe il gruppo e lo riconosce. È un equilibrio raro: natura e mito si sostengono a vicenda, e noi finiamo per credere a quel mondo perché regge, perché ha memoria, perché ha parole proprie.

Da qui viene anche l’insegnamento che resta addosso. Quando la paura detta le regole, la comunità si irrigidisce, cerca scorciatoie, si racconta che la sicurezza giustifichi ogni rinuncia. Il romanzo ci mette davanti alla tentazione più antica: consegnare autonomia in cambio di protezione. E poi ci mostra che il potere si vede nel modo in cui tratta chi ha meno margine, chi è più esposto, chi non può imporre la propria voce. Noi, leggendo, riconosciamo quanto sia facile scivolare in una disciplina che non protegge più, e quanto sia difficile, invece, costruire un ordine che tenga insieme dignità e sopravvivenza.

E allora perché vale la pena leggerlo oggi? Perché parla ancora, con una naturalezza impressionante, di spostamenti forzati, di esilio, di consenso, di gerarchie che nascono in fretta quando la minaccia è vicina. Perché ci ricorda che una società non si giudica dalle intenzioni, si giudica dalle pratiche. E perché riesce a farlo senza trasformarsi in schema: noi seguiamo un’avventura e intanto sentiamo lavorare sotto pelle una domanda politica e morale, sempre presente, mai declamata.

Quando ci chiediamo se un’opera sia un capolavoro, di solito io penso a segni concreti: la capacità di aprire un sentiero e di restare riconoscibile, la solidità del mondo narrativo, la profondità che non si esaurisce in una sola lettura, la durata nel tempo, l’impronta emotiva che non dipende dall’effetto facile. La collina dei conigli, su questi punti, regge con forza. Regge perché inventa una sua forma di epica, regge perché il suo mondo è coerente, regge perché continua a parlarci anche quando cambiano le cornici storiche. Se poi volessimo una definizione senza solennità, potremmo dirla così: è una storia che resta, e resta perché ci costringe a guardarci senza filtri, dentro la paura e dentro il desiderio di casa.

 

Recensione di Karin Zaghi

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