LA CASA DEI FIAMMINGHI, di Georges Simenon (Adelphi)

Leggere Simenon è sempre una sorpresa ed un piacere. È forse l’unico “giallista” che riesce a farti dimenticare la trama gialla, comunque sempre ben orchestrata ed avvincente, e ti consente di perderti tra personaggi tanto ben descritti da renderli reali, più dipinti che raccontati e soprattutto ti consente di vivere atmosfere di vita di provincia sentendo quasi l’odore della terra bagnata, vedendo la nebbia fitta che avvolge la campagna e ascoltando i gretti ragionamenti dei contadini e provinciali che si muovono nei sui racconti.
Qui siamo in una terra di confine col Belgio, Givet, un paesino sulla Mosa dove Maigret è chiamato dalla ricca famiglia fiamminga Peeters accusata di aver ucciso e fatto sparire una ragazza di umili origini che era l’amante del figlio.
È un giallo atipico perché il commissario non ha un incarico ufficiale ma è chiamato per dissipare l’ostilità dei paesani francesi contro la comunità fiamminga non ben vista né ben accetta.
Protagonista è anche la pioggia gelida che fa ingrossare il fiume e impedisce alle chiatte di proseguire i loro viaggi commerciali; una pioggia insistente che accompagna tutta la narrazione rendendo l’atmosfera pesante e accentuando lo squallore di vie infangate e case buie ai lati delle strade poco frequentate: ecco, secondo me, proprio in queste descrizioni, in questi scorci sta la grandezza di questo scrittore.
Anche il finale, che logicamente non anticipo, è inconsueto ma funzionale a comprendere le dinamiche psicologiche dei personaggi.
Un gran bel libro che si legge con vero piacere
Recensione di Teresa Chi


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