KOLCHOZ Emmanuel Carrère

KOLCHOZ , di Emmanuel Carrère (Adelphi – maggio 2026)

Recensione 1

Con Carrère ho un rapporto di grande ammirazione, anche quando mi irrita. Ho amato V13, L’Avversario, e in generale quel Carrère capace di trasformare l’io in uno strumento di indagine, non in un centro di gravità permanente. In Kolchoz, invece, ho fatto molta più fatica.

Il materiale sarebbe potente: la morte della madre, Hélène Carrère d’Encausse, la memoria familiare, la Russia, l’Ucraina, l’eredità privata e storica che si intrecciano. Capisco quindi la critica positiva, che ha visto in quest’opera un ritorno al Carrère più riconoscibile: autobiografia, Storia, genealogia, lutto, identità. Tutto ciò c’è, e alcune pagine hanno la consueta intelligenza dello sguardo.

Eppure mi è mancata la misura. Ho trovato Kolchoz troppo autocentrato, a tratti poco empatico, come se ogni figura finisse per esistere soprattutto in relazione all’autore. Anche la madre, presenza enorme e complessa, mi è sembrata talvolta schiacciata dalla necessità di Carrère di osservarsi mentre la racconta.

Forse il punto è proprio questo: Carrère è anche così. La sua forza nasce da una lucidità spietata, da un bisogno quasi fisico di portare ogni storia dentro il proprio campo personale. Quando trova equilibrio, come in V13 o ne L’Avversario, il risultato è altissimo. In Kolchoz, per me, quell’equilibrio vacilla.

Si salva, e molto, l’ultimissima parte. Lì ho ritrovato una voce più nuda, meno costruita, più vicina al dolore e alla perdita. Peccato che arrivi tardi.

Per me Carrère resta ben altro. Kolchoz può interessare chi lo segue da tempo, ma non lo sceglierei come porta d’ingresso alla sua opera.

Recensione di Karin Zaghi

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Recensione 2

C’è una frase, a m2età del libro, che suona come una chiave di volta: «Oscar Wilde ha scritto: da piccoli i figli amano i genitori; diventati adulti li giudicano; e qualche volta li perdonano» . Emmanuel Carrère, che ha costruito la sua poetica sulla messa a nudo del sé – il criminale, il mentitore, il folle –, qui tenta l’operazione più rischiosa: raccontare sua madre. Non una madre qualunque, ma Hélène Carrère d’Encausse, storica dell’Unione Sovietica, segretaria perpetua dell’Académie française, figura pubblica ingombrante e privata ancora di più.

Kolchoz è il nome che la madre aveva dato a un rito infantile: quando il padre era assente, i tre fratelli Carrère portavano i materassi nella camera dei genitori e dormivano tutti insieme accanto a lei . «Ci piaceva da morire fare kolchoz». Quel gesto di intimità, di comunità domestica, tornerà molti anni dopo, stravolto, nell’ultima notte della madre, trascorsa dai figli in una camera d’hospice. Sarà Emmanuel a chiuderle gli occhi, e da lì prende forma questo libro .

La struttura narrativa è quella che Carrère ama di più: l’indagine. Ma l’oggetto non è un affaire giudiziario né un uomo sprofondato nella menzogna. È la sua stessa genealogia. L’autore ricostruisce le due famiglie da cui discendeva la madre – una russa, una georgiana –travolte dalla Rivoluzione d’Ottobre, dall’esilio, dalla povertà dignitosa dei russi bianchi a Parigi. Pagina dopo pagina, Hélène Zourabichvili emerge per quella che era: «dura, autoritaria, avida di riconoscimenti accademici e mondani, ma anche coraggiosa, tenace, generosa» .

Carrère non la celebra. La scruta. La interroga. A tratti la giudica, con la stessa spietatezza che ha sempre riservato a sé stesso. Ma c’è una novità, rispetto ai suoi libri precedenti: una compassione inedita. L’autore sembra aver smesso di lottare contro il fantasma materno per imparare a conviverci. «La vita con me è fatta di montagne russe e sabbie mobili», scrive. «Arriva un momento, sempre, in cui lei non sa più chi ha davanti – e non lo so nemmeno io. O meglio, sì, lo so benissimo: sono il volto di mia madre che si gira senza appello da un’altra parte» .

Ciò che rende Kolchoz più di un memoir è il modo in cui la grande Storia – la rivoluzione, Stalin, l’esilio, e infine la guerra in Ucraina – si insinua nelle pieghe del racconto domestico. Carrère non dimentica mai che sua madre è stata la più importante storica francese dell’URSS e non dimentica che il suo sguardo su quella Russia, oggi, è stato messo in crisi dalla guerra .

L’autore si concede persino un esercizio di ucronia, la disciplina a cui si è appassionato: immagina cosa sarebbe stato di sua madre se, invece di restare in Francia, fosse rientrata in URSS dopo l’amnistia del 1946. «Come sarebbe stata la vita di Hélène Zourabichvili in Kazakistan o a Noril’sk?» . È un momento vertiginoso, perché Carrère non sta solo giocando con la storia: sta misurando la fragilità di ogni destino, lo spessore delle scelte che i nostri antenati hanno fatto al posto nostro.

Dal punto di vista stilistico, Kolchoz è uno dei libri più maturi di Carrère. I capitoli sono brevi, a volte fulminei, eppure capaci di contenere intere epoche. La scrittura è limpida, discorsiva, ma dietro quell’apparente semplicità si percepisce un lavoro di cesello narrativo che trasforma la memoria in letteratura pura. C’è dentro quasi tutta la sua produzione precedente: l’angoscia de I baffi, l’indagine storico-politica di Limonov, la ferita aperta di Un romanzo russo . E c’è, soprattutto, una consapevolezza nuova: quella che raccontare i propri morti è l’unico modo per sopravvivere loro.

«Da piccolo ho amato mia madre come non ho amato e non amerò mai nessuno in vita mia». Dopo quattrocento pagine di scavi, ricordi, accuse silenziose e improvvisi abbandoni, Carrère non ha risolto nulla, ma ha scritto una delle più struggenti dichiarazioni d’amore che un figlio possa tributare a una madre: trasformarla in un personaggio

Kolchoz è un libro per chi sa che la letteratura non serve a guarire, ma a dare forma al dolore. Carrère, da par suo, ci regala un’opera vertiginosa sulla memoria, sul perdono e su quella «dimensione verticale» – genitori, figli, radici – che diventa l’unico orizzonte quando si invecchia.

Recensione di Arcangela Saverino

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