Il valzer degli addii Milan Kundera

Il valzer degli addii, di Milan Kundera

Uno di quei romanzi che, appena finito, ti lascia con una sensazione strana: hai riso, a tratti, hai provato fastidio, forse rabbia, ma poi resta una specie di malinconia difficile da definire.

La storia si svolge in una cittadina termale della Cecoslovacchia e si dipana in cinque giorni. Pochissimo tempo, eppure succede di tutto. Un musicista famoso, Klima, riceve una notizia che potrebbe cambiargli la vita: una giovane infermiera, Ruzena, gli dice di essere incinta. Lui è sposato, naturalmente, e quella notizia è una mina pronta a esplodere. Attorno a questo nucleo si muovono altri personaggi: la moglie gelosa, un medico bizzarro che sembra uscito da una farsa, un americano ricco e spiritualista, un politico decaduto, e altri ancora. Ognuno con la sua idea di amore, di verità, di redenzione. Tutti, però, perdono un po’ la maschera lungo il cammino.

Kundera orchestra tutto con il suo stile inconfondibile: ironico, leggero solo in apparenza, ma capace di scavare sotto la superficie delle emozioni. Non è un romanzo “sulla trama”, quanto piuttosto sui meccanismi interiori dei personaggi, sulle loro contraddizioni, sulle menzogne che si raccontano per poter andare avanti. È un libro che mette a nudo la goffaggine dei sentimenti e la fragilità delle convinzioni.

Ciò che colpisce è il tono: la storia potrebbe sembrare quasi comica, in certi passaggi, ma poi arriva sempre un dettaglio, una frase, che apre un abisso. E ti accorgi che Kundera non sta ridendo: sta facendo luce su una realtà scomoda. L’amore non è nobile, il desiderio non è puro, la libertà non è sempre un bene. Nessun personaggio è del tutto buono o cattivo, e forse proprio per questo sono così veri.

Il titolo, Il valzer degli addii, racconta già molto. È un valzer perché i personaggi girano a vuoto, si sfiorano, si rincorrono senza mai capirsi davvero. Ed è un addio a tante cose: a un amore, a un’illusione, a una certa idea di giustizia, forse anche a un Paese. C’è un senso di chiusura, di fine di un’epoca, che accompagna tutta la storia.

Non è il Kundera più “romantico” o filosofico, ma è tra i più taglienti. Qui l’ironia diventa uno strumento per smontare le facili certezze.

È un romanzo breve, ma pieno di riflessioni sottili, a volte persino scomode. Ti costringe a guardare anche quello che preferiresti ignorare

Recensione di Karin Zaghi

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