Il triangolo delle Bermuda della mia libreria: Gombrowicz, Bulgakov, Calvino

Esistono letture che ti lasciano intatto e letture che, invece, ti restituiscono al mondo con la pettinatura decisamente rovinata. Ultimamente ho infilato tre titoli che non sono semplici libri, ma veri e propri attentati alla lucidità. Il tutto è iniziato seguendo suggerimenti di cui non ricordo la fonte — forse un segno che il mio inconscio voleva proteggermi — e si è rivelato un’immersione totale nel genio.
Tutto ha avuto inizio con Ferdydurke. Non conoscevo Witold Gombrowicz, e ora che l’ho incontrato mi sento come se avessi subito un sequestro di persona intellettuale. È un libro che ti prende per il bavero e ti costringe a chiederti se non sia tu — e non il protagonista trentenne regredito a scolaro — ad aver perso qualche anno mentale per strada. Gombrowicz scrive con la grazia di un elefante in tutù: distrugge la “forma”, sbeffeggia il decoro e trasforma i duelli cavallereschi in disfide di smorfie. Un trionfo di variazioni sul tema “culo” e capitoli dove l’autore ti avverte che la tua dedizione alla lettura finirà sacrificata “tra una telefonata e una cotoletta”. Un pugno nello stomaco servito con una salsa di sarcasmo irresistibile.
Mentre ancora cercavo di ricomporre la mia faccia dopo le smorfie polacche, sono precipitato nella Mosca del Maestro e Margherita. Volevo avvicinarmi alla letteratura russa e ne sono rimasto letteralmente folgorato. Se Gombrowicz ti deforma i connotati, Bulgakov ti incendia la casa — e poi resta lì a guardare le fiamme con un sorriso ironico. È un mondo in cui il diavolo organizza spettacoli teatrali, un gatto nero discute di logica e pistole, e la realtà si comporta come se avesse deciso di non rispettare più nessuna regola. Ma sotto il gioco, sotto il caos, si sente una malinconia sottile, quasi ostinata, che rende tutto più umano e più inquietante. È la prova che i manoscritti non bruciano, ma anche che certe verità, quando emergono, lasciano segni difficili da spegnere.
Il colpo di grazia, l’apice della vertigine, è arrivato infine con Se una notte d’inverno un viaggiatore. Qui la magia si è fatta quasi inquietante: Calvino prende i pezzi di specchio lasciati dagli altri due e li usa per riflettere… me. In poco più di duecento pagine — una misura che ha lasciato mia figlia in un silenzio sbigottito — riesce a infilare dieci romanzi, un manuale di seduzione e una teoria del desiderio.
Mentre leggevo, il mio cervello ha iniziato a proiettare un film continuo. Vedevo i personaggi muoversi tra biblioteche polverose e stazioni nebbiose, sentendo quasi fisicamente la frustrazione del Lettore che sono io. Calvino ti lusinga, ti rende protagonista, e poi ti sfila la sedia da sotto il sedere ogni venti pagine. È un gioco di prestigio letterario che ti lascia confuso, entusiasta e con la sensazione di aver toccato una vetta difficilmente superabile.
Il Caffè degli Impossibili: Chi paga il conto?
Immaginate ora questi tre seduti al tavolino di un pub londinese, immersi nel fumo di sigarette e paradossi.
Gombrowicz starebbe facendo le boccacce al cameriere, sostenendo che il menù è una “forma” opprimente e che ordinare una birra è un atto di immaturità travestito da rito adulto. Bulgakov, con un occhio acceso da una luce ironica e pericolosa, osserva il tavolino come se da un momento all’altro potesse prendere vita: la zuccheriera potrebbe mettersi a parlare, il conto sparire, o il cameriere rivelarsi qualcuno di decisamente meno umano di quanto sembri. Calvino, nel frattempo, sta già scrivendo l’incipit di un romanzo intitolato Se un pomeriggio tre scrittori davanti a una birra…, analizzando la struttura della conversazione senza mai berne un sorso.
Al momento di pagare il conto? Gombrowicz si rifiuta per principio: pagare è una convenzione borghese a cui la sua “faccia” non intende sottostare. Prova a saldare il debito con una smorfia particolarmente ben riuscita. Bulgakov fruga nel portafoglio, ma scopre che i suoi soldi si sono trasformati in etichette o in cenere, e sorride con rassegnata complicità. Alla fine, Calvino sospira, estrae una carta di credito impeccabile e paga per tutti. Ma lo fa solo per poter annotare, nella nota spese: “Il Lettore paga sempre il prezzo della finzione”.
In fondo, tutto è foderato d’infanzia. E io non ho ancora imparato a essere breve, ma ho imparato che vale la pena farsi scompigliare il cervello da chi sa farlo con stile.
Di Vincenzo Anelli


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