IL TRENO DELLA MEMORIA, di Lorenzo Tosa e Paolo Paticchio (De Agostini – gennaio 2025)

Il treno della memoria attraversa l’Italia tutti gli anni, da vent’anni, e trasporta delegazioni di studenti nei luoghi dove l’orrore dell’olocausto è stato concepito e messo in atto.
Paolo è stato uno di quegli studenti che ha fatto quel viaggio per la prima volta nel 2005 e da allora ogni anno accompagna migliaia di studenti nello stesso viaggio.
È abituato a scrutare i sentimenti diversi che animano i ragazzi in quel viaggio. C’è Nicola, per esempio, sempre nascosto sotto al suo cappuccio nero, c’è Matilde, piena di curiosità e spirito critico e c’è Halima, che accanto ai disegni dei bambini di Terezín appende quello di una mamma e di un figlio migranti, sospesi su una barca in mezzo al mare.
Attori itineranti si esibiscono durante le varie tappe del treno, come una sorta di viaggio nel tempo che permette ai ragazzi di oggi di vivere davvero lo spirito degli anni trenta e quaranta del mondo di allora.
Avranno la possibilità di scegliere e “indossare” anche il nome e la storia di una persona che non tornò da quei campi. Quando arrivarono lì la prima cosa che fu tolta loro fu proprio il nome e la propria storia, oggi nella Sala, una grande raccolta delle “Pagine di Testimonianza”, che sono delle brevi biografie di ogni vittima dell’Olocausto, rappresentano una sorta di «lapidi simboliche» che trovano posto nell’archivio circolare a parete, ideato per contenere 6.000.000 di storie. La stanza dei nomi è un luogo molto toccante dove biografie, nomi e volti delle vittime vengono proiettati su una parete, creando un’esperienza immersiva per ricordare le storie individuali. Ogni ragazzo sceglierà uno di quei nomi, una di quelle storie e vivere quella storia per un giorno permetterà loro di confrontarsi con la realtà di oggi.
Cosa porteranno a casa dal viaggio Nicola, Matilde, Halima e i loro compagni?
Torneranno come guida come ha fatto Paolo oppure tornati a casa riusciranno a tornare alla vita di tutti i giorni come se non avessero mai “viaggiato in quel tempo” ?
Recensione di Evelina Loffredi


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