IL PURGATORIO DEGLI INNOCENTI Karine Giebel

IL PURGATORIO DEGLI INNOCENTI, di Karine Giebel ( Salani – giugno 2026)

 

Il purgatorio degli innocenti non è un romanzo: è una camera di tortura emotiva, un labirinto dove ogni passo è un colpo allo stomaco.

Sembra di essere in uno scenario scritto da Stanley Kubrick.

Karine Giebel non si limita a raccontare il male: lo incarna, lo fa vivere nella pagina con una precisione chirurgica e una ferocia che non è mai gratuita. Non conoscevo l’autrice, ma l’ho incontrata attraverso le parole di François Morlupi e Franck Thilliez, i miei due maestri del brivido. E avevano ragione: Giebel non scrive thriller, scrive esperienze sensoriali, come se Stanley Kubrick avesse deciso di girare un noir psicologico in una stanza senza finestre.

Una rapina in una gioielleria di Place Vendôme: elegante, scintillante, quasi cinematografica. Ma Giebel non concede glamour: la rapina fallisce, la fuga è disperata, e i rapinatori — Raphaël, William, Fred e Christel— finiscono in una casa isolata dove sperano di nascondersi, riprendersi, respirare.

È qui che il romanzo cambia pelle. La casa non è un rifugio: è un purgatorio, un luogo dove la violenza non è un incidente ma una regola. La morte non è un rischio: è un’abitudine. Raphaël incontra Sandra e sarà un incontro che lo metterà in crisi, ma metterà in crisi anche lei la veterinaria vittima ed aguzzina ma che sa ancora vibrare per quello che non hai conosciuto : l’amore

Giebel ribalta i ruoli con una maestria che ricorda i grandi del polar francese: Manchette, Malet, Izzo, ma con una crudeltà più intima, più psicologica. I rapinatori, che fino a poche pagine prima erano carnefici, diventano preda di un uomo che non è un villain: è un mostro con le fattezze d’uomo, Patrick, figura disturbante, metodica, ossessiva.

La sua violenza non è spettacolare: è ragionata, calibrata, quasi rituale. E proprio per questo fa più paura.

In questo inferno, Raphaël emerge come un personaggio memorabile: un rapinatore, sì, ma con un’anima che non si spegne. La sua scaltrezza, la sua forza di sopravvivenza, la sua capacità di proteggere chi è più fragile — soprattutto la giovane donna rapita e abusata — lo rendono il vero cuore del romanzo.

Giebel costruisce un contrasto potentissimo:

la malata astuzia di Patrick contro la resilienza umana di Raphahël

È un duello che non ha bisogno di armi: è fatto di sguardi, silenzi, scelte morali e violenza pura.

Il romanzo è una struttura a incastro: ogni capitolo apre una porta, e dietro quella porta ce n’è un’altra, più buia, più stretta, più soffocante. Dentro ci sono:

la paura

la violenza

la morte

ma anche l’amore: per la famiglia, per un fratello, per una sconosciuta che diventa compagna di sopravvivenza

Giebel non concede tregua. La suspense è una corda tesa che non si allenta mai, nemmeno per un istante.

Il purgatorio degli innocenti è uno di quei libri che si leggono senza sosta, perché fermarsi significherebbe restare intrappolati nella casa insieme ai personaggi. La tensione è costante, la violenza è descritta con una maestria che non scivola mai nel compiacimento, i colpi di scena sono ragionati, mai gratuiti.

È un romanzo che ti guarda negli occhi. E non abbassa lo sguardo.

Recensione di Paolo Pizzimenti 

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