IL FOLLE DI DIO ALLA FINE DEL MONDO Javier Cercas

IL FOLLE DI DIO ALLA FINE DEL MONDO, di Javier Cercas (Feltrinelli – maggio 2025)

 

 

Recensione 1

Ho amato e continuo ad amare questo scrittore, che ho conosciuto attraverso la trilogia di libri gialli che hanno come protagonista Melchor Marin – Terra Alta, Indipendencia e Il castello di Barbablù- e di cui ho gradito molto leggere questo suo libro per varie ragioni; in primis non sono credente come Cercas e non provo molta simpatia per l’apparato clericale della chiesa, poi amo molto la Mongolia, anche se è un paese in cui non sono mai stata ma che mi ha affascinato grazie alla descrizione che ne fa Ian Manook nella sua trilogia del commissario Yeruldelgger – Morte nella steppa, Tempi selvaggi e La morte nomade-; infine ho provato nella mia vita grande ammirazione solo per due papi, il primo quando ero molto giovane ed era Papa Giovanni XXIII e il secondo è stato proprio Papa Francesco.

Ed allora non poteva che attirarmi in maniera irresistibile questo libro scritto da un altro ateo, “un folle senza Dio”, che narra le vicende , le emozioni, i pensieri sorti in lui anche grazie alle molte persone che ha incontrato, in merito al viaggio in Mongolia, “alla fine del mondo”, intrapreso da un vescovo che quando ha varcato la soglia di San Pietro insignito del ruolo di Papa ha scelto di non dimenticare la propria umanità, la propria vicinanza a chi soffre ed agli ultimi delle periferie del mondo, indicando per sé un nome- Francesco- che è un preciso impegno per se stesso ed un messaggio per il mondo, credenti e no, cattolici e no.

Un libro che a mio avviso va assolutamente letto, sia dai credenti sia da chi non crede, un libro che è insieme il reportage di un viaggio in una terra marginale, di periferia, una specie di diario in cui Javier Cercas , da quello scrittore sensibile, ironico e anticonvenzionale quale è, non ci fa mancare profonde riflessioni filosofiche e di grande spiritualità, e che tocca in maniera quasi intima la nostra sensibilità e la nostra coscienza. Ultima osservazione: il libro ha una copertina bellissima e veramente suggestiva

Recensione di Ale Fortebraccio

 

 

Recensione 2

“Un folle senza Dio che incontra un folle di Dio.”

Non è stato un libro scelto da me.

È arrivato come un piccolo enigma, infilato tra le mani da mio figlio, senza spiegazioni. Solo uno sguardo, e poi quella frase: “Tu che leggi tanto, leggi questo e poi ne parliamo.”

Mi ha spiazzata.

Perché proprio questo libro?

Cercava qualcosa?

Aveva bisogno di una risposta che non riusciva a formulare?

O forse intuiva che dentro quelle pagine c’era un modo per parlare di ciò che non si dice mai: la fede, il dubbio, il bisogno di credere in qualcosa o in qualcuno.

Ho iniziato a leggere con sospetto.

Io non lo avrei mai comprato.

Non per arroganza, ma perché non mi sentivo la lettrice giusta.

E invece, proprio per questo, è stato un incontro sorprendente. Un libro che mi ha portato dove non pensavo di voler andare.

Javier Cercas, ateo dichiarato, parte per la Mongolia al seguito del Papa. Non per convertirsi, ma per incontrarlo. Per guardarlo negli occhi e chiedergli — senza retorica, senza inchini — “Come si fa a credere?”

Non per sé, ma per sua madre. Per quella donna che crede con una forza che spiazza, che è certa di rivedere suo marito nell’aldilà. Cercas non condivide quella fede, ma la invidia. Perché quella fede è pace. È direzione. È una risposta che lui non riesce nemmeno a formulare.

In Mongolia, tra paesaggi che sembrano sospesi nel tempo, incontra anche i missionari. Figure silenziose, lontane dai riflettori, che incarnano il Vangelo non con le parole, ma con la presenza. Sono uomini e donne che hanno scelto di vivere ai margini del mondo, per portare Cristo dove non c’è nulla — se non l’essenziale. E proprio per questo, restano nel cuore. Perché non predicano, ma testimoniano. Non impongono, ma accolgono. E in quel silenzio, in quella dedizione, c’è qualcosa che somiglia alla fede. Quella vera.

“La fede è una forma di felicità. E io non sono felice.” Javier Cercas

“Chi crede non ha bisogno di capire. Chi pensa non riesce a credere.”

Il libro è un viaggio. Ma anche un duello. Tra ragione e fede. Tra il bisogno di senso e il sospetto che il senso sia solo una costruzione umana. Cercas non si inginocchia, ma si espone. Si lascia attraversare. E lo fa con una scrittura che è lama e carezza, sarcasmo e tenerezza.

“Solo i morti non dubitano.” Fernando Pessoa

“Chi ha una risposta per tutto, ha smesso di pensare.” — Paul Valéry

E poi c’è Francesco. Il Papa che non pontifica, ma ascolta. Che non impone, ma propone. Che risponde con una calma che disarma. Come se sapesse che la verità non ha bisogno di difendersi. Cercas lo osserva come si guarda un personaggio letterario: con curiosità, con sospetto, con rispetto.

E proprio in questo sguardo, la figura del Papa esce dalle pagine non come un’icona sacra, ma come un uomo. Con tutti i suoi pregi e difetti. Un uomo che, a differenza dell’uomo comune, cerca aiuto non solo nella propria preghiera, ma anche in quella degli altri. Come se sapesse che la fede non è un gesto solitario, ma una rete invisibile di voci che si cercano, si sostengono, si affidano.

Ma più lo osserva, più la figura di Francesco si sfalda. Non si lascia afferrare. Non si lascia definire. È come se, avvicinandosi, diventasse più opaco, più ambiguo. Un uomo che è Papa e al tempo stesso non lo è. Un personaggio che sembra abitato da una duplicità profonda, come se fosse affetto da uno sfasamento intimo, da un difetto ontologico.

Cercas lo descrive con la stessa inquietudine con cui Montaigne scriveva: “C’è altrettanta differenza fra noi e noi stessi che fra noi e gli altri.”

E forse è proprio in questa ambivalenza che si nasconde il mistero della fede. E dell’uomo.

“Dio è il silenzio. L’uomo è il grido.” — Pascal Quignard

“Solo i folli credono in Dio. Ma forse solo i folli possono salvarci.”

Questo libro non è una predica. È una provocazione. Non ti chiede di credere. Ti invita a pensare. A ridere. A lasciarti toccare. È per chi ha il coraggio di mettere in discussione tutto. Anche il proprio scetticismo.

Alla fine, non so se ho letto un libro spirituale, filosofico o esistenziale. So solo che mi ha divertito. Mi ha fatto pensare. Mi ha fatto sorridere. E che forse, Dio non è poi così lontano. Anche se continua a restare in silenzio. O a lavarsene le mani. “Ti ho creato. Ora arrangiati.”

Eppure, dopo averlo letto, mi sento ancora più atea di prima. Non perché abbia rifiutato qualcosa, ma perché ho visto con più chiarezza. La fede, così come viene raccontata, mi appare come una forma di consolazione. La Chiesa, come una struttura che veste l’autorità con abiti leziosi, con gesti misurati e parole solenni che spesso nascondono il vuoto. Non mi ha avvicinata a Dio. Mi ha avvicinata a me stessa. Al mio pensiero. Alla mia libertà.

E ho finito per rivalutare il Papa. Non come figura sacra, ma come uomo: genuino, capace di una gentilezza che non esclude il pugno fermo. Un uomo che agisce con l’istinto di chi ha vissuto, ma anche con la fermezza di chi porta il peso di una struttura ancora piramidale come la Chiesa. Dove concretizzare i dogmi non è semplice, ma restare umani — quello sì. E lui, sorprendentemente, ci è riuscito.

“Se quando morirò dovessi scoprire che c’è la vita eterna, direi a Dio che ho sbagliato. E forse, tutto sommato, sarebbe bello essersi sbagliati.” — Margherita Hack

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