IL CONTE DI MONTECRISTO Alexandre Dumas

Il conte di Montecristo Alexandre Dumas

IL CONTE DI MONTECRISTO, di Alexandre Dumas

Recensione 1

Eccomi qui ad avere terminato un romanzo che si può definire rosa, avventura, serial, fiction storica. Un romanzo che accontenta tutti i lettori in un colpo solo. Il fascino apparentemente favolistico della storia è innegabile: il bene tradito dal male umano, il male che soccombe a se stesso aiutato, non dalla giustizia terrena, fallace e corrotta, non dalla giustizia divina, assente e distratta giustificata dal libero arbitrio. No.
È quel sentimento di vendetta che riordina lo stato delle cose. È l’uomo che distrugge, ed è l’uomo che ripara a sua volta distruggendo.
Protagonista, antagonista, elemento magico, quest’ultimo il tesoro, il denaro che apre tutte le porte di questa terra, i cuori, le simpatie e che ha il potere di occultare i difetti. Quanta verità!

 

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La vera protagonista di questa questa apparente fiaba è  la vendetta, la sete di rivalsa, la machiavellica consapevolezza di punire, con la loro stessa arma, i colpevoli e i malvagi. Il sogno, più o meno, di ognuno di noi: trasformarci in supereroi è stanare il male. Schiacciare la testa di quel serpente malefico e traditore. Non negate: l’abbiamo sognato più o meno tutti, almeno una volta nella vita di essere Edmonde Dantés!
Non mi soffermo sulla qualità dello stile, sui difetti di scrittura. Poco importa.

 

 

È la trama reale e, nel contempo, inverosimile, la forza del “Conte di Montecristo”. Un tumulto di sentimenti in cui l’amore può trionfare, se trionfa, soltanto dopo la realizzazione di quel piano diabolico per regolare i conti in sospeso: la morte del buon Dantés, la resurrezione del satanico Conte di Montecristo che si avvale della famosa  massima della legge del taglione: oculum pro oculo dentem pro dente. A un determinato male ingiusto si pone rimedio con un male di pari grado. Soltanto in questo modo si può ristabilire l’equilibrio tra due situazioni che altrimenti sarebbero rimaste impari. Già.

Molti lettori sostengono che è un romanzo dal lieto fine. Io dico di no. Nessun vinto, nessun vincitore. Il tempo, aiutato, non dal destino, non dalla sorte, non dal buon Dio – sicuramente occupato nell’immenso universo – ma dalla rabbiosa mano umana,  ha dato ragione al buon Edmonde Dantés. Tuttavia nessuno può ripagarlo di ciò che  irrimediabilmente ha perduto. È la vita, balorda che, libero arbitrio o meno, prosegue verso quei binari di una destinazione ignota.

 

 

Godetevi la lettura di questa intrigata telenovela ante litteram, gustate la vendetta dalla bocca del nostro misterioso (sic!) supereroe, assaporate il tardivo e l’inevitabile perdono umano.

Gioite del male che sconfigge se stesso in nome di un bene di cui l’essere umano non riesce a godere. Punizione divina? Tutto è dubbio, tutto era incerto, tutto è ingiusto anche chi crede di fare il giusto.

Che essere imperfetto quest’essere umano condannato a soffrire negli sprazzi di una felicità illusoria.

“L’odio è cieco, la collera sorda, e colui che vi mesce la vendetta, corre pericolo di bere una bevanda amara poiché inevitabilmente questa colpisce anche degli innocenti ”

Recensione di Patrizia Zara

 

Recensione 2

Comprai questo libro all’incirca un anno fa, e per diversi mesi rimase nell’angolo polveroso dei “libri in attesa”, angolo che potrebbe racchiudere un’intera biblioteca, se avessimo la possibilità, come il grande Umberto Eco, di dotarci di una raccolta personale di decine di migliaia di volumi, non di libri letti (una vita sola non renderebbe possibile la lettura di così tanti libri), bensì di tutti i libri che vorremmo leggere.

 

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Libri per i quali potremmo accontentarci, a malincuore (per mancanza di tempo materiale), di dare una sfogliata veloce alla pagine, per cogliere una frase, una sfumatura, un dettaglio che possa permetterci, da un singolo particolare, di risalire a grandi linee all’insieme “libro”, così come la meccanica quantistica cerca, attraverso lo studio di un granello di sabbia, di risalire alla trama del deserto cosmico, e di carpirne i segreti più reconditi.

Tornando a noi, per evitare di divagare ulteriormente senza aver poi la possibilità di ritrovare la rotta (una volta liberato il pensiero in aperto oceano), presi la decisione di comprare il Conte di Montecristo dopo aver visto il film (tratto dal libro), che mi piacque molto.

 

Qualche mese fa ho iniziato la lettura e mi sono presto reso conto che l’adattamento cinematografico, come nella maggior parte dei casi, non rende giustizia alla storia da cui è tratto, se non in minima parte. Semplificando molto potremmo dire che, così come le migliaia di libri “desiderati” dal lettore bramoso, accantonati in ordine su lunghissimi scaffali, chi ha veduto solamente il film non ha fatto altro che gettare uno sguardo veloce e fugace a un mondo affascinante, così come chi possa avere preso in mano il “Conte di Montecristo” solo per sfogliarne alcune pagine, accarezzare la copertina, o anche iniziandolo a leggere, ma fermandosi dinanzi alle prime difficoltà.

Dumas ci dimostra che leggere, così come vivere, non è che un costante esercizio di pazienza, una sorta di ascetismo che ci porta, nei momenti di massimo sforzo “mentale”, a strisciare in mezzo al fango e alla polvere, a provare le più aspre sofferenze, tutto al fine di raggiungere confini irraggiungibili per chiunque non sia portato, dalla mera volontà o dagli eventi, a intraprendere il nostro stesso cammino, o un percorso simile.

 

Veniamo quindi alla storia narrata in queste 900 pagine.
Da secondo di bordo (e futuro capitano) della nave Pharaon e promesso sposo alla bella Mercedes, Edmond Dantes si ritrova vittima di una congiura, venendo intrappolato nelle segrete del terribile Chateau d’If.
In pochi giorni Edmond vede rubato sotto i suoi occhi il proprio futuro brillante, proprio nel fiore della giovinezza, e “muore” metaforicamente in quella prigionia. Datosi per spacciato e senza speranze, trova tuttavia il modo di comunicare con un vecchio abate dato per pazzo dai carcerieri, rinchiuso in una cella attigua alla sua, raccogliendo così le motivazioni (e la compagnia) necessarie per continuare a vivere.

Inizia così un lungo percorso che porta alla resurrezione di Edmond, e al ritrovamento di una piccolissima speranza, grazie ai preziosissimi insegnamenti del dotto abate.

Magistrale Dumas nel descrivere la solitudine della prigione, la rabbia per la congiura subita, la rassegnazione nel non poter sapere lo scorrere degli eventi al di fuori delle mura, il destino dei propri cari, nonché per l’umanità con cui riesce a permeare i propri personaggi.

Il lettore viene letteralmente trasportato nelle mura del Chateau d’If, e questa fase del libro potrebbe essere considerata come il rito iniziatico di quello che sarà il Conte di Montecristo, ma non solo: anche lo stesso lettore sentirà lo stesso fuoco ardere dentro di sé: il desiderio di giustizia e di vendetta saranno gli stessi del protagonista del romanzo.

Ho amato tantissimo la parte della prigionia e il rapporto, quasi fraterno, tra Edmond e l’abate Faria. Ammetto che ho faticato a leggere i capitoli “centrali” del libro, successivi a tale fase, perché contengono una serie di eventi, di personaggi e storie poco scorrevoli (lo stile di Dumas è molto pomposo e teatrale, e a volte le descrizioni sono un pesanti, anche se la qualità della sua scrittura è altissima) che servono come preambolo in vista dei capitoli finali, dove il lettore sarà ripagato, oltre misura, degli sforzi compiuti nella lettura dei paragrafi precedenti.

Dumas in questo romanzo vi porterà in Oriente, in Italia, in Francia e in Spagna, soprattutto vi farà esplorare in profondità l’animo umano, con le sue gioie, i dolori, le paure, oltre ai fantasmi del passato che non ci abbandonano mai, e che si presentano alla soglia delle nostre case quando meno ce lo potremmo aspettare.

“I regni dei monarchi sono circoscritti da montagne, da fiumi, da cambiamenti di costumi o di lingua. Il mio regno, invece, è grande come l’universo perché non sono né italiano, né francese, né indiano, né americano, né spagnolo: io sono cosmopolita”.
Il Conte di Montecristo

Recensione di Andrea Venturelli

IL CONTE DI MONTECRISTO Alexandre Dumas

 

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