IL CANTO DEL CORVO Paolo Lanzotti

“Il Canto del Corvo” di Paolo Lanzotti: un vizio chiamato Venezia (TRE60 – febbraio 2026)

 

Venezia, si sa, non è una città: è un vizio. Ti prende piano, tra una calle e un riflesso d’acqua, e finisci per perdonarle tutto — anche i prezzi indecenti e i tavolini troppo piccoli. Io, per esempio, stavo lì, con una cioccolata calda tra le mani — di quelle dense, serie, che non ammettono distrazioni — quando Paolo Lanzotti è tornato a bussare alla mia porta con Il canto del corvo.

E, conoscendolo, non è stato un ingresso discreto. Da affezionato lettore — sei libri ormai, una relazione più stabile di molte altre — non potevo certo far finta di niente. La sua scrittura si conferma ciò che ormai è il suo marchio di fabbrica: elegante, fluida, con un lessico che ogni tanto indossa la giacca settecentesca e passeggia con disinvoltura tra le pagine, come se fossimo ancora nel 1754. La cosa sorprendente è che non stona mai: ti accompagna con una naturalezza estrema, come quei camerieri impeccabili che compaiono solo quando servono.

Il ritmo? Un “passo” nobile, cadenzato, che qua e là si concede qualche trotto senza mai diventare una corsa scomposta. È una lettura rigenerante, ma attenzione: rilassante non significa soporifera. Qui si procede con gusto, e spesso ci si ritrova a leggere più del previsto, traditi da una prosa che scivola via fin troppo bene.

Eppure… (perché un “eppure” ci vuole sempre, altrimenti sembra una quarta di copertina). Questo volume, pur solido, sembra indulgere un po’ troppo in sé stesso. Alcuni passaggi appaiono come quei commensali che restano a tavola oltre il necessario: non danno fastidio, ma non aggiungono molto alla conversazione. Una sforbiciata in più, un ritmo più serrato, avrebbe reso il tutto più incisivo, più affilato — più “corvo”, se vogliamo restare in tema.

Se dovessi consigliare a un neofita un’avventura di Marco Leon, probabilmente non partirei da qui: ci sono episodi precedenti più centrati e irresistibili. Ma per chi la serie la segue, questo libro resta un passaggio quasi obbligato. Non è il migliore, ma nemmeno un passo falso. E poi, diciamolo: quando si è già affezionati, si perdona volentieri qualche digressione di troppo, pur di trascorrere altro tempo con lui.

Mi piace immaginarlo così, Il canto del corvo: arriva trafelato nella mia libreria, ansimante, in leggero ritardo.

«Ci sono! Sono arrivato!» esclama tra i respiri spezzati.

Marco Leon — quello “vecchio”, quello che ormai conosco bene — alza lo sguardo e accenna un sorriso:

«Allora ce l’hai fatta. Temevo ti perdessi tra i corridoi del tempo.»

E io, spettatore divertito, gli faccio spazio sullo scaffale. Non è il capitolo più brillante della compagnia, ma è pur sempre uno di famiglia. E, inutile negarlo, aspetterò anche il prossimo … e probabilmente con più impazienza.

 

Recensione di Vincenzo Anelli

 

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