I COMPAGNI DI VENTURA, di Enrico Pandiani (Rizzoli – luglio 2026)

Il romanzo si apre con la scomparsa improvvisa di Bernard Hoekstra, detto Numero Uno, direttore dell’agenzia investigativa BEST. Un uomo ambiguo, manipolatore, capace di ricattare la banda Ventura per risolvere casi che nessuno voleva toccare.
La sua morte sembra accidentale. Ma Max Ventura, con quell’intuito che è più una forma di sensibilità che di mestiere, non ci crede. E decide di indagare. Con o senza i suoi compagni.
Uno per tutti, tutti per uno
Ma la banda Ventura non è un gruppo: è un patto. E allora eccoli: Sanda Jordano, Abdel Solani, Vittoria Merz. Ognuno con una personalità definita, ognuno con un modo diverso di stare al mondo, ognuno con un talento che Pandiani cesella come un artigiano.
Sono personaggi che non si dimenticano, perché non sono mai solo “funzioni narrative”: hanno un’anima, un passato, un modo di camminare nella pagina.
Marsiglia e le Langhe: due mondi, una sola indagine
Il romanzo si muove tra Marsiglia, città natale di Max, e le Langhe, terra di nebbie, vini e silenzi. Due luoghi che Pandiani non usa come sfondo, ma come specchi emotivi:
Marsiglia è il fuoco, il sangue, la memoria.
Le Langhe sono la foschia, il dubbio, la verità che si nasconde tra le colline.
Il caso è complesso, apparentemente senza via d’uscita, e mette la banda in serio pericolo. Ma è proprio in questa tensione che Pandiani dà il meglio: intreccia trama e umanità con una naturalezza che pochi autori possiedono.
Max Ventura: un protagonista che resta
Al centro di tutto c’è lui: Max Ventura. Un uomo che non è un eroe, ma un essere umano. Con le sue fragilità, la sua ironia, la sua capacità di vedere oltre la superficie. Pandiani lo scrive con affetto, con rispetto, con quella delicatezza che si riserva ai personaggi che si amano davvero.
E in questo romanzo, Max è più maturo, più consapevole, più vero.
Un addio che non è una fine
La banda Ventura si congeda. E sì, lascerà un vuoto nel panorama del poliziesco italiano. Perché Pandiani ha creato un gruppo che non si dimentica, un “melting pot” narrativo dove ogni voce conta, dove ogni gesto è parte di un equilibrio perfetto
Recensione di Paolo Pizzimenti


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