I CANI DI RIGA, di Henning Mankell (Marsilio)

Due uomini in giacca e cravatta vengono avvistati dentro ad un canotto. Sono morti. Da quanto tempo? Da non molto, dato che non sono in avanzato stato di decomposizione. Da chi sono stati uccisi? E quale è il movente?
Come ogni buon giallo classico che si rispetti, necessario è trovare le risposte, e a chi spetta indagare per punire i colpevoli?
Il solito (buona caratterizzazione del personaggio Wallander) Commissario (notare che al di là lo chiamano Colonnello che è tutto dire)comincia così le indagini, fra una partita a carte con il vecchio padre del quale spesso si dimentica, e l’aiuto di fidati (non svelo se fidati o meno) collaboratori.
Il problema è che le indagini condotte in Repubbliche indipendenti dalla, all’epoca Unione Sovietica, risultano essere ben diverse da quelle nelle quali “una cortina di ferro”, quanto mai fumosa come le sigarette fumate impenitentemente (mi scuso per l’avverbio) le rende oscure e di difficile interpretazione (Oddio…) vuole (e qui ci si sbizzarrisce in Grandi Fratelli di Orwelliana memoria appostati ovunque, micro telecamere e compagnia cantante). Un collega sovietico, arrivato a Riga per aiutare nelle indagini, indaga un po’ troppo e da prassi, viene eliminato. Cosa avrà mai scoperto?
Interessante e istruttivo.
Recensione di Ivana Merlo


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