GLI UOMINI PESCE, di Wu Ming 1 (Einaudi)

«L’uomo fascista è un maschio insicuro, dallo sviluppo psicologico incompiuto e dall’identità precaria, che in ogni istante teme di cadere e dissolversi. Per questo ha bisogno dell’Ordine, di “corpi” – fisici e sociali – solidi e dai confini certi. Corpi “asciutti”, senza niente che “coli”, e con un guscio duro a proteggerli. Theweleit parla di “carapace” psichico».
Per alcuni giorni è stato come maneggiare un poliedro, un prisma dalle molte facce. Come avere per le mani un fuoco d’artificio, pronto a esplodere in bagliori, coreografie di luci e scie luminose. «Un’esperienza totalizzante, mentale, fisica e metafisica» la definisce Simona Vinci.
Veniamo travolti, leggendo Gli Uomini Pesce, da una polifonia di voci e una sovrapposizione di piani temporali che aprono a una moltitudine di temi, di “ramificazioni” della Storia e delle storie narrate; ramificazioni che sembrano seguire il corso del fiume – il Po, il suo Delta, le sue valli – , vero protagonista del libro. Un “luogo” , vivo e vivente, complesso e stratificato, teatro di relazioni, concreto, quanto di più distante dal concetto di “spazio”, astratto e bidimensionale.
In quei luoghi e fra le pieghe di quel corso d’acqua si sotterrano segreti e misteri, memorie che il tempo può far nuovamente riemergere o definitivamente affogare. Un territorio di confine «scivoloso e frastagliato che separa la realtà dalla verità» , come scrive puntualmente Nicoletta Verna: «terra d’aria densa, dove a ogni respiro si avverte di trovarsi sotto il livello del mare, in un altrove soffuso. Terra diafana e indistinta, fatta di acque tortuose che si perdono nell’abisso senza fondo del tempo. E che diventano narrazione solida e avvolgente».
Sospese (immerse?) fra sogno e realtà, fra leggenda, memoria e allucinazione, le facce del poliedro sprigionano la loro forza pirotecnica in un intreccio che trova radici nella Resistenza ferrarese e che si estende e si dilata fino ai giorni della Pandemia da Covid. Nel mezzo, affiorano e scompaiono, riemergono e si inabissano via via altre forme di Resistenza, collettiva, politica (un nuovo modo di pensare e vivere il territorio) ma anche intima, privata (sogni e progetti per il futuro).
Fra quelle acque e quelle valli fanno capolino strane creature anfibie, gli Uomini Pesce del titolo, in un susseguirsi altalenante di indagine scientifica, fantascienza, esoterismo, memoria orale, letteratura, musica, cinema.
Pasquale Palmieri definisce il romanzo «una sorta di creatura anfibia, a sua volta, capace di cambiare faccia a seconda delle occorrenze».
Molte cose ancora è Gli Uomini Pesce: un rincorrersi di colpi di scena incastrati in un meccanismo perfetto, un trattato di geografia “culturale” e “sovversiva”, una dichiarazione d’amore nei confronti di un luogo e della letteratura (tutta). È scrittura che si sprigiona in piena libertà.
È elogio della diversità, una allegoria sull’identità di genere e un prezioso amuleto contro l’omologazione, contro ogni forma di discriminazione e di repressione.
È un atto politico. Un elogio, un manifesto di libertà assoluta: la libertà di scrivere, la libertà di essere ciò che si vuole.
Wu Ming1
“Gli uomini pesce”.
Einaudi Stile Libero.
Recensione di Valerio Scarcia


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