GLI INTRAMONTABILI: SHANTARAM Gregory David Roberts

GLI INTRAMONTABILI: SHANTARAM, di Gregory David Roberts (Neri Pozza)

Shantaram è uno di quei romanzi che non si attraversano in fretta: ci si abita. Più che un intreccio, ci resta addosso un’esperienza, e questo dice già molto della sua natura. Roberts ci porta nella Bombay (l’attuale Mumbai) degli anni Ottanta con un’ambizione enorme: farci sentire la città come un organismo vivo, addosso, dentro il respiro.

Lin arriva da fuori e arriva in frantumi: è un uomo in fuga, con una colpa che non smette di premere e un desiderio ostinato di ricominciare. Bombay lo ingoia subito. Non come scenografia, ma come forza che impone ritmo, compromessi, legami. La scrittura lavora di immersione sensoriale: caldo, odori, lingue, folla, strada. E mentre ci lasciamo trascinare, ci accorgiamo che la vera trama non è soltanto ciò che accade, ma la rete di rapporti che si forma e si spezza: amicizie come patti, lealtà come scelta quotidiana, comunità come riparo instabile, amore come rischio.

Il romanzo vive in una zona grigia, dove sopravvivere significa spesso negoziare con la propria coscienza. E Lin, narrando, torna sempre lì: alla domanda su che cosa sia una rinascita e dove cominci, invece, un’altra forma di fuga. È questo che ci tiene: non la perfezione del congegno, ma la tensione morale continua, il modo in cui ogni decisione lascia una traccia.

Roberts scrive per accumulo, e si sente. La prosa tende all’enfasi, alle frasi che vogliono afferrare un senso generale mentre lo cercano. A volte questa spinta ci conquista, perché è coerente con l’eccesso della città e dell’esperienza: Shantaram vuole essere più di un racconto, vuole somigliare a una vita. In altri punti avvertiamo il peso della durata, come se la narrazione non si fidasse fino in fondo delle scene e avesse bisogno di dichiarare il proprio significato.

La nota finale di questa edizione Neri Pozza aggiunge un dettaglio che cambia la prospettiva: Roberts parla di anni di lavoro, della prigione, di bozze distrutte, di un manoscritto “costato” fisicamente. Non è un timbro di autenticità da esibire, ma una chiave di lettura: spiega perché il romanzo tende a trattenere tutto, a non voler lasciare andare nulla, a cercare un senso mentre racconta, come se scrivere fosse stato anche un modo per restare in piedi.

Perché leggerlo, allora? Perché ogni tanto ci serve una storia che faccia compagnia a lungo e che ci accompagni dentro un’idea tenace: la possibilità di rifarci un nome, una casa, una fedeltà a noi stessi, dentro un mondo che non semplifica. E perché Shantaram, nel bene e nel suo eccesso, ci lascia una sensazione rara: quella di aver camminato a lungo accanto a una città e a un destino, più che aver soltanto seguito una trama.

Recensione di Karin Zaghi

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