Gli Intramontabili: FURORE John Steinbeck

Gli Intramontabili: FURORE, di John Steinbeck (Bompiani)

 

 

 

Sono tornata a Furore dopo molti anni. Ricordavo bene la storia della famiglia Joad, la durezza del viaggio, la povertà, la perdita. Quello che mi ha colpita, questa volta, è stata soprattutto la sensazione che il tempo sia passato senza cancellare le domande che Steinbeck poneva nel 1939.

Nato dalle inchieste che lo scrittore condusse tra i braccianti costretti a lasciare l’Oklahoma durante il Dust Bowl e la Grande Depressione, Furore segue la famiglia Joad lungo la Route 66 verso una California immaginata come terra promessa. È una vicenda profondamente americana, eppure riesce a parlare a chiunque perché racconta che cosa accade quando una persona perde la propria casa, il proprio lavoro e perfino il diritto di essere guardata con rispetto.

Quello che continuo ad ammirare è la capacità di Steinbeck di trasformare una storia familiare in un racconto collettivo. Tom Joad, Ma Joad, Jim Casy e gli altri restano persone prima ancora che simboli. Hanno paura, rabbia, dignità, ostinazione. Accanto ai capitoli dedicati alla loro vicenda, Steinbeck ne costruisce altri più ampi, quasi corali, che allargano lo sguardo fino a comprendere un’intera comunità. È una struttura narrativa di straordinaria efficacia, ancora oggi sorprendentemente moderna.

Alla prima lettura mi aveva già colpita il tema delle migrazioni. Tornarci oggi significa ritrovarlo davanti agli occhi con la stessa forza. La storia dei Joad è anche una storia degli Stati Uniti: cittadini americani costretti ad abbandonare la propria terra, accolti altrove come fossero stranieri, guardati con sospetto, accusati di sottrarre lavoro, sfruttati perché disperati. Cambiano i confini, le lingue e le epoche, ma certi meccanismi sembrano ripresentarsi con una regolarità disarmante. Per questo, leggendo Furore oggi, è difficile non pensare a tante vicende che attraversano il nostro presente.

Come accade per molti grandi classici, anche Furore ha suscitato critiche. Alla sua uscita fu accusato da alcuni di offrire un ritratto troppo severo della California e delle condizioni dei lavoratori migranti; altri hanno ritenuto che la componente di denuncia sociale fosse talvolta predominante rispetto alla costruzione narrativa o che alcuni personaggi assumessero un valore più simbolico che realistico. Sono osservazioni che fanno parte della storia di quest’opera, ma che non ne hanno scalfito il valore letterario.

E poi c’è quel finale. Steinbeck affida alle ultime pagine un’immagine che continua a dividere i lettori e che, ancora oggi, conserva tutta la sua forza. È un epilogo che racchiude il senso più profondo del romanzo: quando ogni certezza sembra crollare, la dignità e la solidarietà possono ancora sopravvivere. Un finale che, a distanza di tanti anni, continua a interrogarmi.

Molti mi chiedono da quale opera di Steinbeck sia meglio cominciare. Continuo a consigliare Uomini e topi: è il modo migliore per entrare nella sua scrittura. Ma, se dovessi indicare l’opera che considero il suo punto più alto, sceglierei Furore. Ho amato anche La valle dell’Eden, con il suo respiro ampio e la ricchezza dei temi; qui, però, ritrovo un equilibrio che continuo a considerare straordinario. Ogni volta che lo rileggo mi restituisce qualcosa di nuovo.

Forse è proprio questo il segno dei grandi classici. Cambiamo noi, cambia il contesto storico e cambia il mondo che ci circonda, ma loro continuano a parlarci. A quasi novant’anni dalla pubblicazione, Furore racconta ancora la paura di chi è costretto a partire, la diffidenza verso chi arriva, lo sfruttamento della fragilità e la ricerca ostinata di una vita migliore. È una storia americana, ma appartiene anche a tutti noi. Ed è per questo che continuo a pensare che sia una di quelle opere da leggere almeno una volta nella vita.

 

Recensione di Karin Zaghi

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