GARGOYLE, di Alfredo Vassalluzzo (Sensibile alle Foglie – 2026)

Gargoyle è il romanzo che ha riempito le mie giornate d’agosto, ricco di sensibilità, che cattura fin dalla prima pagina e che, all’ultima, ti lascia con la bocca aperta.
Si tratta di un romanzo corale in cui, il protagonista, un insegnante di Italiano, ottiene una cattedra all’interno di un carcere della periferia romana. Carcere maschile, fatto di improbabili studenti: Ling, il ragazzo rom senza radici, che non sa niente del suo passato, che non ha nome né legami; Ernesto, appassionato di enigmistica che lascia affiorare, lentamente la propria vera natura, lottando ogni giorno per mantenere la sua dignità di boss; Damir, un russo sognatore, chiave di volta del romanzo, che si illude, dopo aver letto Abbott, che anche lui potrà uscire dal carcere grazie alla sua scrittura.
Il prof. anche lui di nome Alfredo come l’autore, entra in quell’ambiente con timore, paura, saturo dei pregiudizi che la società intera attribuisce a quella categoria di persone, per uscirne, dopo due anni, completamente trasformato. “La verità era che mi mancava il carcere“, quasi assurdo a pensarci, ma non tanto assurdo se ci si pensa davvero.
Il rapporto quotidiano tra Alfredo e i colleghi, Alfredo e gli studenti detenuti, fa emergere, pagina dopo pagina, la claustrofobia e l’assurdità di quella istituzione, stemperata vanamente dalle sbarre colorate d’azzurro di un lungo corridoio.
Alter ego di Alfredo è Sandro, cinico collega calcolatore e realista che, a differenza sua, non si sogna nemmeno di cambiare qualcosa, fa parte di uno status quo accettato da tutti e non c’è motivo di cambiarlo.
I personaggi non vengono idealizzati. Hanno responsabilità, debolezze, difetti e talvolta comportamenti difficili da comprendere o da accettare. Eppure il romanzo invita a guardare oltre la definizione immediata di “detenuto”, mostrando ciò che sopravvive dietro quella parola: ricordi, famiglie, desideri, rimorsi, paure, ironia, bisogno di essere riconosciuti.
Il carcere, nel romanzo, è naturalmente uno spazio concreto, fatto di regole, attese, tensioni e privazioni, ma diventa anche qualcosa di più: un luogo nel quale l’identità rischia di coincidere definitivamente con l’errore commesso.
È proprio su questo punto che il libro costruisce una delle sue domande più interessanti: quanto resta della persona dietro il reato? E quanto siamo disposti, noi che osserviamo dall’esterno, a riconoscerla ancora come tale?
Gargoyle non offre risposte consolatorie e non pretende di risolvere il problema del carcere. La sua forza sta piuttosto nel porre il lettore davanti a una realtà che spesso viene osservata soltanto attraverso categorie astratte: colpevole, innocente, pena, giustizia, redenzione.
Il romanzo prova invece a riportare queste parole dentro le vite concrete delle persone, con pagine ricche di ironia e autoironia.
Un romanzo intenso e misurato, capace di parlare del carcere senza dimenticare che, dietro ogni muro, ogni sentenza e ogni numero di matricola, continua a esserci una storia umana. E proprio per questo è un libro che non si esaurisce con l’ultima pagina, ma lascia domande destinate a restare.
Recensione di Luca Romano


Commenta per primo