ESSERE O NON ESSERE Stefano Vicario

ESSERE O NON ESSERE, di Stefano Vicario (La nave di Teseo – luglio 2026)

Con Essere o non essere, terzo tassello dopo Il re degli stracci e Acqua di fiume, Stefano Vicario conferma la sua capacità di raccontare ciò che molti non vedono: la vita degli invisibili, dei dimenticati, di coloro che abitano le pieghe più oscure e più umane della città. Vicario, figlio d’arte e regista televisivo di lunga esperienza, porta nella scrittura la stessa sensibilità visiva che ha nel mestiere: ogni scena è un’inquadratura, ogni dialogo un primo piano emotivo.

Al centro del romanzo c’è Andrea Massimi, avvocato brillante che, dopo una tragedia devastante — la morte della moglie e della figlia — decide di abbandonare tutto e vivere tra i senzatetto di Roma. Non è un gesto di fuga: è una scelta radicale, quasi ascetica. Andrea è caparbio, testardo, disilluso, a tratti cinico per autodifesa, ma conserva un cuore che pulsa sotto le macerie della sua vita.

Vicario lo racconta con delicatezza: non come un eroe caduto, ma come un uomo che cerca un nuovo modo di respirare.

Accanto ad Andrea si muove una piccola costellazione di personaggi indimenticabili:

Lillo — sconvolto, fragile, sempre in cerca di conferme. Venera Andrea come un dio greco, con quella devozione che nasce dalla paura e dall’amore insieme.

Aldo — ex musicista che si avvicina all’Alzheimer, una figura struggente, sospesa tra memoria e oblio.

Flora — veggente cieca, presenza quasi mistica, che porta nel gruppo una spiritualità ruvida e luminosa.

Sono loro la vera famiglia di Andrea: una famiglia costruita non dal sangue, ma dalla sopravvivenza.

Vicario dipinge una Roma doppia:

di giorno, le strade brulicano di vita, di traffico, di indifferenza;

di notte, la città si trasforma in un labirinto di binari morti, vagoni dismessi, angoli dove si dorme e si spera.

La Roma notturna è la vera protagonista del romanzo: una città che tutti credono di conoscere, ma che quasi nessuno ha visto davvero.

Vicario mette in primo piano un tema scomodo: il cinismo con cui la società guarda i senzatetto. Li giudica, li evita, li disprezza quando chiedono un obolo. Ma l’autore ci invita ad aprire gli occhi: dietro quegli sguardi c’è umanità, c’è desiderio di riscatto, c’è una storia che merita di essere ascoltata.

È qui che il romanzo diventa politico nel senso più alto: non denuncia, ma mostra.

In questa nuova avventura, Andrea e i suoi compagni vengono trascinati nel mondo dei combattimenti uomo a uomo: un universo brutale, fatto di violenza, forza fisica, malavitosi e regole non scritte. Vicario lo racconta con ritmo serrato, senza compiacimento, mostrando come la disperazione possa spingere gli invisibili a rischiare tutto pur di sopravvivere.

Anna Ungaro, PM alla questura di Roma, è la figura che porta luce nel buio. Andrea, nonostante la vita di strada, conserva un fascino naturale, soprattutto nei suoi occhi azzurri profondi, occhi che raccontano dolore e bellezza insieme. Anna se ne innamora, e questo sentimento diventa una delle linee emotive più forti del romanzo.

C’è un lieto fine — forse atteso, forse desiderato — che chiude la storia con una nota di speranza. Vicario non tradisce la durezza del mondo che racconta, ma concede ai suoi personaggi un varco di luce.

Il romanzo ha una struttura fortemente visiva, quasi cinematografica. Considerando il mestiere di Vicario, non è difficile immaginare Essere o non essere come una serie televisiva: Roma, gli invisibili, i combattimenti clandestini, la storia d’amore, la tensione morale… tutto è già pronto per lo schermo.

Essere o non essere è un romanzo umano, crudo, visivo, che racconta la dignità nascosta di chi vive ai margini. Vicario dimostra ancora una volta di saper dare voce a chi non ne ha, costruendo una storia che commuove, ferisce e, alla fine, riscatta

Recensione di Paolo Pizzimenti

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