DUE “MATTONI” A CONFRONTO: “IL CERCHIO DEI GIORNI”, di KEN FOLLETT vs “L’ULTIMO SEGRETO”, di DAN BROWN

DUE “MATTONI” A CONFRONTO: “IL CERCHIO DEI GIORNI”, di KEN FOLLETT vs “L’ULTIMO SEGRETO”, di DAN BROWN

 

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Come data di uscita stanno alla pari: per entrambi l’autunno scorso.

Entrambi in inglese, ma Follett è della Gran Bretagna, mentre l’altro è statunitense.

Sul numero di pagine vince quest’ultimo, ma di stretta misura, con le sue ottocento pagine contro le settecento del “rivale”. Però bisogna dire che per Follett il formato maxi è ormai abituale da una dozzina di romanzi a questa parte, mentre Brown finora si era aggirato sulle cinquecento pagine.

Tutti e due i libri hanno sul retro delle copertine rigide una mappa dei luoghi, cioè l’Inghilterra centrale preistorica per “Il cerchio” e la Praga di oggi per “Il segreto”.

E qui viene la grossa differenza: le due storie sono separate da un arco di tempo di circa 4.500 anni (!). Connesse con questo elemento sono ovviamente le due ambientazioni, cioè, rispettivamente, il sito di Stonehenge e la capitale ceca, anche se alcuni capitoli di Brown si svolgono negli Stati Uniti e in Inghilterra.

Come numero di personaggi stravince l’inglese, che per giunta è costretto a dare ad essi fantasiosi nomi preistorici, prevalentemente monosillabici, mentre l’americano torna al suo consolidato professore Robert Langdon (lo so, state tutti rievocando l’immagine di Tom Hanks, è naturale) e lo circonda di uomini e donne di varie nazionalità.

Tra le vicende narrate c’è un abisso incolmabile. Senza entrare nel dettaglio delle trame, troviamo in entrambi i casi eroi ed eroine che affrontano imprese straordinarie, lottando contro nemici spietati che ostacolano progetti e idee avveniristici, destinati ad incidere sulle società future. Ma in Brown il discorso è, onestamente, molto più coinvolgente, in quanto strettamente legato a caratteri e problematiche del mondo contemporaneo, tipo l’Intelligenza Artificiale e i misteri della coscienza umana, con le loro infinite e preoccupanti prospettive future.

Tratti comuni delle due opere sono il tono incalzante dei racconti, nonostante la mole dei volumi, ma soprattutto un elemento tecnico apparentemente secondario, ma in realtà molto significativo. Sia l’inglese che l’americano hanno alle spalle un poderoso staff di esperti e collaboratori di ogni genere. I romanzi appaiono quindi tutti e due dei veri e propri lavori di squadra. Insomma, la figura dello scrittore tradizionale, che nel suo studio, con a volte la sola luce di una lanterna, o addirittura di una candela, vergava in solitudine le sue storie su pile di fogli, sostituiti, in tempi più recenti, dai files di un computer, è di un’epoca che, benché molto più vicina al modo descritto da Dan Brown che a quello evocato da Ken Follett, si perde comunque in un passato decisamente remoto.

Forse è questo che consente, alla fine della “tenzone”, di assegnare alle due opere un sostanziale pareggio. E di questa piacevole uniformità estetica il lettore appassionato di storie avvincenti potrà beneficiare con pari diletto

Di Pasquale Vergara

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