Due Libri a Confronto: I CONVITATI DI PIETRA Michele Mari – LO SBILICO ALCIDE Pierantozzi

Due Libri a Confronto: I CONVITATI DI PIETRA, di Michele Mari – LO SBILICO, di ALCIDE Pierantozzi

Sono arrivata a I convitati di pietra dopo Lo sbilico, che ho apprezzato molto e a cui ho già dedicato una recensione. Entrambi sono in lizza per lo Strega, e forse proprio questa vicinanza ha reso più netto il contrasto tra le due letture.

Il romanzo di Michele Mari nasce da un’idea forte: alla fine del liceo, gli ex compagni della III A stringono un patto destinato ad accompagnarli per tutta la vita. Da quel momento il tempo smette di essere soltanto ciò che passa e diventa una scadenza, un appuntamento, una forma di resa dei conti. Dentro questo gioco crudele entrano l’amicizia, la competizione, il rancore, la paura della morte, ma anche quella strana persistenza delle gerarchie nate da ragazzi, quando un soprannome, una frase, una posizione nel gruppo sembrano poter decidere chi si sarà per sempre.

Mari si muove in un territorio che gli appartiene: la memoria scolastica, il corpo che invecchia, la cultura come rifugio e come arma, l’ironia nera, il grottesco, il gusto per la costruzione. La scrittura è colta, sorvegliata, piena di rimandi; si sente una mano esperta, capace di tenere insieme gioco intellettuale e riflessione sul tempo. Ci sono passaggi molto acuti, intuizioni riuscite, una lucidità a tratti spietata nel mostrare quanto poco, talvolta, ci si liberi da ciò che si è stati.

Eppure sono rimasta fuori. Ho riconosciuto l’intelligenza dell’impianto e la qualità della lingua, ma ho sentito poco coinvolgimento. In alcuni punti la narrazione mi è parsa sovraccarica: elenchi, citazioni, dettagli, accumuli che confermano la bravura di Mari, ma finiscono anche per rallentare il passo e raffreddare la partecipazione. I personaggi mi sono apparsi più come figure dentro un disegno raffinato che come presenze capaci di imporsi. La trama, pur fondata su un’idea forte, mi è sembrata a tratti statica rispetto all’eccellente livello formale della prosa. Il tono beffardo, coerente con il progetto, ha creato una distanza che non sono riuscita a superare.

Con Lo sbilico era accaduto l’opposto: una scrittura più esposta, meno protetta, attraversata da una necessità che entrava nella lingua e la rendeva instabile. Pierantozzi mi ha colpita proprio per quella fragilità non addomesticata, per quel modo di cercare un equilibrio mentre raccontava una perdita di equilibrio. Mari, invece, governa con grande intelligenza; e forse è proprio quel governo continuo della materia ad avermi lasciata più fredda.

Riconosco che I convitati di pietra possa incontrare molti lettori. Malgrado il tema della morte attraversi tutto il romanzo, resta più accessibile di Lo sbilico: più costruito, più ironico, più governato. Lo sbilico, al contrario, chiede disponibilità, tenuta emotiva, una certa confidenza con una scrittura disturbante. Non è una lettura per tutti, ma tra i due è quella che per me lascia un segno più profondo.

Chissà chi vincerà lo Strega. Ma poi, poco importa: i premi seguono percorsi propri; a noi lettori restano le opere che hanno saputo lasciare un segno.

 

Di Karin Zaghi

 

I CONVITATI DI PIETRA – Michele Mari 

I CONVITATI DI PIETRA Michele Mari

 

LO SBILICO Alcide Pierantozzi

LO SBILICO Alcide Pierantozzi

 

 

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