DONNAREGINA Teresa Ciabatti

DONNAREGINA, di Teresa Ciabatti (Mondadori – aprile 2025)

 

 

 

Recensione 1

Ho letto Donnaregina con curiosità crescente, perché la Ciabatti sceglie un punto di osservazione poco prevedibile: raccontare la Camorra senza entrare dalla porta più consueta della denuncia o della cronaca giudiziaria. Al centro c’è l’incontro con Giuseppe Misso, figura legata alla criminalità del Rione Sanità, carismatica e disturbante, capace di raccontarsi e di occupare la scena. La zona più scomoda nasce proprio da qui: ascoltare una voce colpevole, sentirne la forza narrativa, senza trasformare l’ascolto in assoluzione.

Mi è piaciuto soprattutto il doppio piano di lettura. Da una parte c’è la Camorra, con la sua violenza, il suo potere, la memoria costruita anche come autorappresentazione. Dall’altra c’è il piano personale della scrittrice: la Ciabatti entra nel testo con la propria storia, il rapporto con la figlia, con il padre, con la maternità, con quel bisogno di riconoscimento che attraversa molta della sua narrativa. Osserva Misso e, nello stesso tempo, osserva se stessa mentre lo ascolta.

Questo intreccio rende Donnaregina un romanzo inusuale. I punti di forza stanno nello sguardo obliquo, nella scelta di non ridurre la Camorra a scenario, nella capacità di mostrare il male anche come linguaggio, seduzione, racconto di sé. Misso non è soltanto una figura criminale: è un uomo che sa usare le parole, e proprio per questo diventa narrativamente pericoloso.

Le debolezze riguardano qualche insistenza di troppo. Alcuni passaggi sul riflesso tra la storia del boss e quella della scrittrice, tra colpa pubblica e ferite private, potevano essere più trattenuti. Inoltre il rischio di fascinazione resta aperto: la Ciabatti lo interroga, ma qualche lettore potrebbe sentire che Misso occupi troppo spazio.

Rispetto agli altri candidati allo Strega che ho letto finora, Donnaregina mi sembra il più spiazzante. La sonnambula della Pitzorno ha una costruzione più riconoscibile, solida sul piano storico e narrativo, ma meno laterale. I convitati di pietra di Mari parte da un’idea potente e colta, ma mi aveva lasciata più distante nello sviluppo. Lo sbilico lavora su una materia più intima e raccolta; Donnaregina, invece, si espone di più, mescolando criminalità, memoria, seduzione del racconto e autoritratto della scrittrice.

Non lo considero il romanzo più compiuto tra quelli letti, però è quello che mi ha dato maggiormente l’impressione di tentare una strada rischiosa. Mi è piaciuto perché guarda la Camorra da una posizione obliqua, attraverso chi racconta, chi ascolta, chi viene attratta dal racconto e subito dopo se ne inquieta. E alla fine resta una domanda centrale: quanto siamo al sicuro dal fascino delle parole quando a pronunciarle è qualcuno da cui vorremmo restare lontani?

 

Recensione di Karin Zaghi

 

Recensione 2

Donnaregina di Teresa Ciabatti è uno di quei romanzi che sorprendono perché partono da uno spunto reale — l’incontro tra una scrittrice e Giuseppe Misso, storico boss della camorra napoletana — ma finiscono per raccontare molto altro. Pensavo di trovare un libro centrato soprattutto sulla criminalità organizzata, invece mi sono trovata davanti a una storia più sottile e inquieta, fatta di fragilità, potere e bisogno di riconoscimento.

Ciabatti non trasforma mai il boss in un personaggio da leggenda nera: lo mostra come uomo, con le sue contraddizioni, i legami familiari, la nostalgia e persino una forma distorta di tenerezza. Ed è proprio questo a colpire di più: il male non appare lontano o mostruoso, ma umano, e quindi ancora più disturbante.

Parallelamente c’è la narratrice, con le sue insicurezze e il senso di inadeguatezza. Il loro confronto diventa quasi uno specchio deformante, in cui due mondi opposti finiscono per sfiorarsi su un terreno comune: il desiderio di essere visti, ascoltati, contare qualcosa per qualcuno.

Ho apprezzato molto lo stile di Ciabatti: ironico, tagliente, nervoso, ma capace anche di improvvisi momenti di vulnerabilità. È una scrittura che non consola e non semplifica.

Donnaregina non è un libro comodo: mette a disagio, sposta continuamente il punto di vista e costringe a interrogarsi su quanto siano fragili i confini tra forza e debolezza, vittima e carnefice, giudizio e comprensione. Proprio per questo resta addosso a lungo.

 

Recensione di Ornella Troise

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