CUORI FANATICI Edoardo Albinati

CUORI FANATICI, di Edoardo Albinati

Si pensi a Diego Armando Maradona, per un attimo. Ecco ora si immagini che questa figura semidivina, anziché giocare al calcio, vincere due scudetti (non due scudetti normali, due scudetti a Napoli!), anziché vincere (quasi da solo) un mondiale, anziché fare un gol letteralmente impossibile (lo testimonia anche il buon Eraldo Pecci che gli toccò la palla di quella surreale punizione a due in area, contro l’odiata Juve), e ancora, anziché essere il miglior calciatore di tutti i tempi (questo non si può discutere!), ecco, si diceva, anziché essere stato e avere fatto tutto questo, s’immagini che quest’uomo abbia semplicemente fatto il giocoliere, magari ad un semaforo dalle parti della stazione Termini (o altrove, pensate un luogo adeguato nella vostra città).

 

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Si, il giocoliere, con un pallone da calcio. Immaginate Maradona che palleggia ad un semaforo, con gli automobilisti innervositi ad attendere il verde che preparano ‘sti maledetti cinquanta centesimi da dare a quel fenomeno da strada (che forse nemmeno notano, distratti, frettolosi). Eppure lui è strabiliante, ma non è al San Paolo di Napoli, no, è fermo ad un semaforo rosso, nei pressi della stazione e palleggia. Palleggia divinamente, come nessun altro. E’ un fenomeno, non c’è che dire, ma è inutile come tutta l’arte (questo l’ha detto Oscar Wilde: “Tutta l’arte è completamente inutile”. Qualche volta ci prendeva, Oscarone).

 

L’immagine è potente e surreale. E’ un’immagine piena di luce: la scena si svolge in un giorno di sole, è una scena fin troppo luminosa, abbagliante.
Si tratta (in questo caso si tratterebbe) della dispersione del talento, una storia già sentita mille volte. Il talento si disperde quasi sempre.
Ecco, leggere questo romanzo(?) di Albinati è stato come vedere palleggiare Diego in strada.
La scrittura è eccelsa, ci sono dei brani del romanzo(?) che sono di livello altissimo sia per lirica che per contenuto, i personaggi che popolano la storia (che storia?) sono caratterizzati in maniera così intima che pare di conoscerli da prima della lettura.
Nella immaginaria sequenza di Diego che palleggia in strada manca completamente la storia: i due scudetti, la coppa col Napoli, la coppa del Mondo, la punizione contro la Juve,ecc. Rimane il semaforo rosso, nei pressi della Stazione Termini. Rimane l’incanto.
Manca la storia anche per il romanzo di Albinati e rimane la scrittura che, per quanto meravigliosa (si, a tratti è una meraviglia), da sola non basta.
I romanzi raccontano storie.
Che sia una visione minima della narrativa, questa? Ma, d’altro canto, senza storia che cosa si narra?
La storia può essere anche pretestuosa e veicolare, certo. Può, la storia, servire solo a raccontare un personaggio, o a trattare delle idee, o a fare della filosofia, o ancora a raccontare luoghi, epoche, ma deve esserci perché, la storia, è lo scheletro del romanzo, la struttura. Senza storia non c’è struttura e tutto si sgretola in una slavina di parole che rotolano verso un baratro infinito ( “Gli arguti intellettuali trancian pezzi e manuali, poi stremati fanno cure di cinismo, son pallidi nei visi e hanno deboli sorrisi solo se si parla di strutturalismo” cantava Guccini nella famosa “Via Paolo Fabbri 43” – si perdoni la divagazione).
Tra le molte suggestioni che Albinati regala, in questo romanzo, sicuramente predominante è quella che restituisce l’atmosfera degli anni Ottanta (quando passeranno di moda?), con il loro benessere assodato, il loro futuro infinito e spalancato di fronte, con tutto il loro disincanto e quel senso di eternità (fittizia) che quel decennio, più di altri, ha espresso. Avevano tutti tempo e denaro sufficiente per annoiarsi ed essere ottimisti, in quegli anni (beati loro!).
Verrebbe da dire “bei tempi” se non fossero stati tempi, quelli, in cui iniziava un medioevo che ancora oggi non ha avuto fine. Un medioevo culturale, prima di tutto.
Vedere palleggiare Maradona al semaforo è un incanto per gli occhi, come d’altro canto lo è per il cuore e la mente leggere Albinati. Se non ché, un attimo dopo, svapora tutto, come succede, a volte, per i déjà vu che non si riescono a fermare, che sfuggono.
E’ tutto fine a se stesso, estemporaneo e stupendo. Polvere magica? Non si sa.
Sicuramente estetica e stile (che comunque non è poco).

 

Recensione di Mauro Mauri-Maurone Caratori Tontini

 

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